Capitolo 1
Purtroppo non sempre il mestiere di poliziotto era avvincente, non sempre si era impegnati in una operazione di polizia, in un’indagine che non ti lasciava il tempo di respirare, anzi.
Laura Mannone, investigatrice presso il commissariato Aurelio di Roma, lo sapeva bene.
In quel giorno di giugno 1976, precisamente il 7, nel suo ufficio in compagnia di Lisa Fiori, la sua partner, investigatrice anche lei, stavano giocando il decimo giro di un’improbabile sessione di battaglia navale, il gioco principe degli studenti annoiati, che lo giocavano sotto il banco, per non farsi beccare dalla professoressa.
Loro invece lo giocavano alla luce del sole, in quei momenti di calma anche i superiori se ne stavano rintanati nei propri uffici, e chissà, forse anche loro erano impegnati in assurde partite a battaglia navale, o forse a ‘Nomi, Cose e Città’, un gioco più complicato.
Erano le quattro del pomeriggio, la giornata volgeva al termine, e sembrava che tutti i delinquenti di Roma se ne fossero andati in vacanza.
«B5» esclamò Laura, e guardò Lisa con aria sorniona.
«Uff, capo, colpito!» le rispose Lisa, e tracciò una X sulla casella corrispondente al B5, giusto sopra l’estremità del suo cacciatorpediniere.
Quello che Lisa non sapeva era che Laura aveva una capacità fuori dal comune: riusciva a visualizzare il campo da gioco con le navi piazzate secondo un calcolo ben preciso.
Laura era, fra le altre cose, un’ottima giocatrice di bridge, e trovava diverse somiglianze tra i due giochi, bridge e battaglia navale.
In tutt’e due dovevi fare una previsione, scegliere prima di cominciare quante prese potevi fare nel gioco di carte e quanti colpi tirare nel mare rappresentato da un pezzo di carta a quadretti.
Inoltre il passo successivo nel bridge era, viste le carte del ‘morto’, decidere il numero di atout (briscole in volgare) che ognuno dei due avversari possedeva, e giocare di conseguenza.
Nella battaglia navale si doveva immaginare la disposizione delle navi dell’avversario, e giocare di conseguenza.
Mentre stava ragionando su quelle profonde similitudini tra i due giochi, uno nobile e l’altro popolare, la voce di Grassi la fece sobbalzare.
«Mannone, per favore» il volume era un tantino troppo alto, ed il ‘per favore’ stonava un po’.
Lucio Grassi, dirigente di polizia, anni 52, era arrivato al commissariato Aurelio a fine agosto del ’74, in sostituzione di Alberto Magni, purtroppo ucciso da uno squilibrato che aveva assassinato tre bambini.
«Ripeto, Mannone, per favore, prenda la telefonata, quella mi sta facendo impazzire, forse tra donne vi capirete meglio».
«È un ordine, Grassi?».
«Ripeto, per favore, ma direi di sì».
Guardando la sua collega, Lisa, gli rispose: «O.K., la prendo io, ma si calmi, Lucio».
«Grazie, sovrintendente».
Grassi le si rivolse con il nuovo grado, era stata promossa per il comportamento valoroso durante il caso dell’assassino di bambini, nel ’74. Anche Lisa Fiori era stata promossa a vice sovrintendente.
Il dirigente uscì abbassando la testa anche se sarebbe passato agevolmente dalla porta, ma evidentemente le molte zuccate prese su porte più basse aveva reso automatico il gesto di piegarla.
Laura spostò il pezzo di mare dove si stava svolgendo la battaglia, e disse: «Continuiamo dopo» al vice sovrintendente Fiori e sollevò la cornetta del telefono, dove presumibilmente avevano dirottato la chiamata.
«Sì, pronto, chi parla?» Lisa sentiva una voce femminile che rispondeva alla sua collega, ma non riuscì a distinguere le parole.
Dopo qualche secondo Laura disse: «Meglio che venga a sporgere denuncia, signora, chieda di me, sono Laura Mannone».
E continuò: «A dopo, allora» e riattaccò.
Guardò la collega e, risistemando il suo mare a quadretti, esclamò: «B6, Lisa era una sciroccata che voleva denunciare la scomparsa del suo gatto, ecco perché Grassi ce l’ha rifilata».
«Buco, capo» le rispose Lisa, aveva posizionato il suo cacciatorpediniere in verticale e Laura aveva sprecato un colpo: «ma perché le hai detto di venire qui?»
«Porca puttana, buco?» era molto competitiva la poliziotta, e continuò: «Di solito quando rispondi invitandole qui, queste sciroccate rinunciano, per pigrizia, o forse perché capiscono che la polizia ha altro da fare, anche se ora siamo quasi disoccupate, nel caso arrivi saremmo impegnate per un’oretta».
«Che risposta profonda, capo, e sai cosa ti dico? D7!»
Laura la guardò negli occhi con aria di sfida ed abbassò lo sguardo sul campo di battaglia, ed un sorriso simile a quello di Jack Nicholson in Shining comparve sul suo volto: «Buco, cara!»
Le due poliziotte avevano 34 anni entrambe, una, Lisa era di una bellezza abbagliante, bionda, occhi azzurri ed un fisico mozzafiato, l’altra, Laura era una bellezza mediterranea, con colori più scuri, ma non per questo meno attraente, anche se lei non se ne rendeva conto.
Lisa era arrivata al commissariato Aurelio nel ’74, e aveva partecipato con Laura al famoso caso dell’assassino di bambini, che aveva avuto un grande risonanza sulla stampa e alla televisione, per un breve periodo erano state al centro dell’attenzione mediatica, ma, si sa, questa notorietà dura poco, viene sostituita in breve tempo da qualcosa di più atroce, di più spaventoso, che sposta l’attenzione della gente, giocando sempre al rialzo, come in un’assurda mano di poker.
Ripresero la battaglia, entrambe combattive, lanciando potenti missili sulla carta a quadretti dell’avversaria, ma durò solo un’altra mezz’ora, entrò il piantone ed annunciò una visita per la sovrintendente Mannone, la signora Limiti.
Entrò nell’ufficio una donna sui 45, molto elegante, con un completo nero di alta moda, ed un soprabito chiaro sul braccio, e si presentò tendendo la mano a Laura: «Buongiorno, sono Gianna Limiti, ho parlato con lei, poc’anzi?» Laura ricambiò la stretta di mano e rispose: «Sì, sono la sovrintendente Laura Mannone, e lei è la mia collega Lisa Fiori, in cosa possiamo esserle utili, signora?».
Laura l’aveva già inquadrata, quel ‘poc’anzi’ che aveva pronunciato presentandosi diceva molto di lei: una persona altolocata, o che voleva farsi ritenere tale, con un’istruzione superiore, ma con una puzza sotto il naso che abbondava nelle signore ‘su’, come si suol dire.
Mentre stringeva la mano a Lisa con un sorriso stampato in faccia la signora disse: «Sono qui per il mio gatto, Ercole».
«Ha un gatto che si chiama Ercole, signora?»
«Sì, è stata un’idea di Arnaldo, mio marito, il nome gli sembrava adatto per un American Bobtail».
«Ah, ottima razza, e cos’è successo al suo gatto?» Laura finse di conoscere quella razza di gatti, non voleva iniziare una conversazione con quella aristocratica da una posizione di inferiorità, e già sentiva uno strano prurito alle mani. Si sarebbe informata più tardi sugli American Bobtail.
«È sparito da casa, da tre giorni, è molto strano, lo abbiamo da tre anni e non era mai successo, ho paura che sia stato rapito, e volevo sporgere denuncia».
Lisa guardò la collega con aria interrogativa, e lei fece un cenno che significava, nel loro linguaggio muto, lascia stare, ascoltiamola ancora per poco, in fondo non abbiamo niente da fare.
«Signora Limiti, non è possibile che Ercole sia in calore? Forse è in giro a cercare femmine». E pensò che anche molti umani per cercare femmine restavano lontano da casa per sere intere senza dirlo alle mogli, figuriamoci un gatto giovane e scapolo.
«In teoria non dovrebbe andare in calore, è sterilizzato, altrimenti litigherebbe con alti gatti per le femmine».
“Ecco un altro punto di contatto tra le specie, i gatti e gli umani” pensò Lisa, e chiese alla Limiti: «Dove abita, signora?»
«La mia umile dimora si trova in via Renazzi, ricade nella vostra giurisdizione, non è vero?»
«Certo signora» rispose Laura «ora la accompagneremo dall’incaricato alle denunce, dove potrà sporgere la sua».
«Sì, sovrintendente, ma non volete nemmeno sapere com’è Ercole, ho anche una foto».
«Va bene, mi lasci qui la foto, ce ne occuperemo io e la mia collega Fiori».
E prese una bella foto a colori che Gianna le tendeva.
Era un primo piano del gatto Ercole, un bell’esemplare, con corporatura media, pelo grigio maculato, con coda molto corta, quasi un pon pon, e soprattutto gli occhi diversi, uno azzurro cielo e l’altro di uno strano arancione. Laura avrebbe scoperto più tardi, dopo aver sfogliato un libro dedicato alle razze di gatti, che la coda corta era una caratteristica degli american bobtail, ma gli occhi diversi erano unici, una particolarità solo di Ercole.
«Devo firmare qualcosa? Per la denuncia, intendo».
«Ora la mia collega la accompagnerà dall’incaricato, che le spiegherà tutto, arrivederci».
Lo sguardo che Lisa lanciò al suo capo lasciava presagire battaglie molto più cruente di quella su carta a quadretti che stavano giocando.
Laura strinse la mano di Gianna Limiti, e la salutò.
Non poteva sapere che quella era l’ultima volta che l’avrebbe vista viva.
Lisa tornò nell’ufficio dopo cinque minuti, era un po’ scocciata.
«Capo, va bene tutto, ma me la hai rifilata a me, quella sciroccata».
«Diritti d’anzianità, cara mia, ed ora basta, la ricreazione è finita, riapri il tuo spazio marino e ricominciamo, non mi piace lasciare le cose a metà».
«Ah sì, allora D8!» rispose Lisa dopo aver aperto il suo mare in miniatura.
«Accidenti, colpita!».
Ed alla fine vinse Lisa, alla faccia dell’esperienza, dopo un’ora e mezzo abbondante di colpi.
Si era fatta l’ora di andare a casa, ma quella era una serata speciale.
«Allora Lisa, ci vediamo là alle nove?»
«Beh, capo, se è un ordine, obbediremo».
«Certo che è un ordine, cosa credevi, lascio il numero del ristorante nel caso ci sia un’emergenza, ma credo che oggi non servirà».
Il ristorante era l’Ambasciata di Abruzzo, in via Tacchini, nel quartiere Parioli, secondo Laura il ristorante migliore del mondo.
Per quella sera era in programma una cena a quattro, le due poliziotte ed i rispettivi mariti, Aldo Santini, compagno di Laura e Denis Salsi, quello di Lisa.
Si erano sposate un anno prima, ad una settimana di distanza una dall’altra. Non avevano fatto una cerimonia unica solo perché volevano fare da testimone una per l’altra.
Entrambe lasciarono la loro abitazione dopo il matrimonio, Lisa si trasferì da Denis in via Dusi, mentre Laura abbandonò il suo monolocale, andando a vivere con Aldo in via Pietro de Cristofaro.
Dicono che passare un’esperienza estrema insieme cementi le amicizie, e Lisa e Laura avevano catturato, rischiando molto, un pericoloso assassino, e Aldo Santini era stato ferito durante l’arresto.
Denis invece era stato incarcerato ingiustamente, in fondo per lui era stata l’esperienza peggiore.
Le due coppie erano molto affiatate ed uscivano spesso insieme.
Nonostante tutt’e due le poliziotte avessero un fisico invidiabile erano amanti della buona tavola, e Roma era una delle città più adatte per chi avesse l’hobby del buon cibo.
Anche i rispettivi mariti si tenevano in forma. Denis, il marito di Lisa, era un appassionato di sport, usciva spesso a correre e qualche volta lei lo seguiva, mentre Aldo era quello un po’ meno in forma, con una leggera pancetta che a Laura piaceva molto, e non aveva nessuna intenzione di mettersi a correre per sport, lo faceva già per lavoro, spesso e volentieri.
Aldo era ispettore capo al commissariato Monte Verde, non molto lontano dal commissariato Aurelio.
Laura aveva pensato di chiedere un trasferimento al commissariato dove lavorava Aldo, ma una vocina dentro di lei le aveva suggerito di lasciar perdere, stare assieme tutto il giorno poteva rovinare la vita di coppia, e lei ascoltò la vocina, in fondo avevano tempo di restare assieme per lunghe giornate quando sarebbero arrivati alla pensione.
Le due donne si salutarono fuori dall’ufficio, prima di salire sulle rispettive automobili, e Laura disse ridendo: «Lisa, non fare tardi, fai la doccia da sola, non insieme al tuo bel marito» e richiuse la portiera.
«Capo, sarò una santa, non ti preoccupare, una santarellina… forse». E partì.
Erano veramente una bella coppia, Lisa e Denis. Lei di una bellezza abbacinante, bionda, occhi azzurri ed un corpo mozzafiato, che a dire di Laura, non mostrava abbastanza.
Lui un fisico atletico, una barbetta ben curata, ed una simpatia che lo faceva sembrare ancora più bello.
In effetti Laura e Lisa nelle ore buche del loro lavoro o nelle pause avevano lunghe discussioni sull’abitudine di Lisa a vestire piuttosto ‘castigato’.
Secondo Laura lei non aveva ancora superato il suo primo matrimonio con un uomo che la riteneva sua proprietà ed era arrivato a picchiarla.
Quando l’aveva lasciato aveva ripreso a vestire in modo normale, non come una suorina, ma dopo il secondo matrimonio, con Denis, aveva ripreso a vestire coprendosi in modo maniacale.
Forse non aveva ancora vinto la lotta contro il senso di colpa per il fallimento della sua prima unione.
In fondo pensava che fosse stata in poco anche colpa sua, del suo comportamento, forse il suo primo marito non aveva tutti i torti quando le diceva che si vestiva come una puttana.
Denis invece era tutt’altra persona, una persona normale, non disturbata.
Ma certe convinzioni sono dure a morire.
Laura cercava sempre di aiutarla a superare quelle paura, e pensava che si trovassero sulla buona strada, che sarebbero riuscite.
E alle nove in punto, quando la vide fuori dall’Ambasciata d’Abruzzo insieme a Denis, rimase piacevolmente sorpresa.
Anche se non l’aveva ammesso neanche a sé stessa Laura aveva un ‘debole’ per la sua collega, aveva sentito un’attrazione verso di lei che aveva sempre represso, ma in quel momento le si ripresentò prepotentemente.
Strinse di più il braccio di Aldo, come ad aggrapparsi ad un albero mentre veniva trascinata dalla corrente.
Aldo la guardò con un sorriso e lei si riprese, ritornò sulla terra e salutò l’altra coppia.
Lisa indossava un tailleur blu, gonna molto corta, ampiamente sopra il ginocchio, una camicia bianca con una generosa scollatura, un leggero trucco che faceva risaltare ancor di più l’azzurro dei suoi occhi.
Anche Denis era elegante, un completo gessato con cravatta viola, un tocco di originalità.
Laura e Aldo erano anch’essi molto eleganti, e lasciarono entrare la coppia di amici prima di loro nel ristorante.
Un concierge li ricevette e tentò senza successo di ignorare la scollatura di Lisa, accompagnandoli al tavolo.
Per un istante tutte le voci nel ristorante si zittirono, giusto il tempo che impiegarono le mogli a dare di gomito ai mariti, distogliendoli dallo stato catatonico in cui erano caduti alla vista di Lisa.
I quattro si sedettero e presero in mano i menù.
Fu Aldo il primo a parlare: «Mettete giù quei menù, sono inutili, stasera fettuccine al sugo di agnello e tagliata di manzo al rosmarino per tutti, accompagnati da un Frascati bello fresco, stante che sono il più alto in grado è un ordine!».
«Io sono un civile, caro mio, e non sono tenuto ad obbedire» gli rispose Denis «ma mi assoggetto volentieri al tuo volere, mi sa che hai scelto benissimo».
Il cameriere, che non era alle prime armi, aveva capito l’antifona ed era già arrivato con una boccia di Frascati.
Versò il vino nei bicchieri, prima alle signore.
Quando i bicchieri furono tutti riempiti Laura alzò il suo e disse: «Visto che sono la seconda carica presente al tavolo mi permetto di dare inizio alle danze!».
Fecero tutti un generoso sorso, ridendo.
Prima che arrivassero le fettuccine la boccia era terminata ed il solito cameriere, quello che aveva già capito l’antifona, ne portò velocemente un’altra.
Sì, il vino portava allegria, ma per loro, quando erano insieme, l’allegria era spontanea.
Erano nell’età migliore, secondo molti, dai trentacinque ai quarantacinque, quando non eri più giovane e inesperto, ma non eri ancora abbastanza vecchio per non godere appieno della vita.
Attaccarono insieme le fettuccine, una bella porzione a testa.
Non rimase neanche il profumo, di quelle fettuccine in nessun piatto.
Si guardarono e fu Lisa la prima a parlare: «Ma queste fettuccine sono troppo buone per non fare male alla salute, o perlomeno fare ingrassare».
Aldo passando una mano in cerchio sulla sua pancetta: «Mi sa che a me faranno aumentare questa».
Denis: «Dai, basta che domani alle sette vieni con me a correre, vedrai che smaltirai tutto».
«Alle sette? Così tardi?» lo punzecchiò Laura.
«Beh, lo sai che la tua amica qui presente non è propriamente mattiniera».
«Sì» intervenne Lisa «per lui mattiniero è solo chi si alza prima delle cinque, mi sembra un tantino eccessivo».
Laura le rispose: «Ma come fai a farlo dormire fino a tardi, addirittura alle sette?»
«Beh» le rispose la collega «basta farlo stancare la sera prima…»
Risero tutti e quattro.
Aldo si asciugò le lacrime col tovagliolo e disse a Denis: «Comunque, hai detto alle sette, se non sbaglio?»
Al cenno d’assenso dell’amico continuò: «Aspettami fiducioso, che arrivo, tranquillo».
Stava per scoppiare un’altra risata generale quando arrivò il cameriere, quello che forse non aveva capito bene l’antifona: «Una telefonata per la signora Mannone, mi hanno comunicato che è urgente».
«Ma che è successo, sono quasi le dieci, scusatemi» disse alzandosi.
Raggiunse velocemente la reception dove c’era il telefono, agguantò con decisione la cornetta e quasi urlò: «Pronto?»
«Buonasera Mannone, sono Grassi, mi scusi per l’orario, abbiamo un omicidio».
«Come, un omicidio?»
«Sì, la vittima è Gianna Limiti, la signora che ha visto oggi per la denuncia di smarrimento del suo gatto».
«È stata uccisa? Ma dove?»
«A casa sua, in via Renazzi 19, quartiere Parioli».
«O.K. sono a cena con Fiori e mio marito, Santini, arriviamo subito».
«Grazie Mannone, sapevo di poter contare su di lei, la aspetto».
Laura ritornò al tavolo proprio mentre il cameriere stava servendo le tagliate, ed i suoi amici seduti le guardavano con aria triste, non sapevano ancora il motivo ma qualcosa aveva detto loro che la cena era finita prima del tempo.
Fu Lisa a chiedere per prima: «Ma cos’è successo Laura?»
«Un omicidio, signori, era Grassi, mi ha comunicato che la signora Gianna Limiti è stata uccisa nella sua casa ai Parioli, Lisa. È quella che è venuta da noi oggi per la denuncia di sparizione del suo gatto».
Denis chiese senza distogliere lo sguardo dalla sua tagliata al rosmarino: «E naturalmente dovete correre là».
«Denis, puoi anche non venire, e finire la cena».
«Ma no, se posso vengo con voi».
«Ma com’è successo?» chiese Santini alla moglie.
«Non so niente, ora andiamo in via Renazzi e vediamo».