Era in quel posto, nel salone, da moltissimo tempo.
Praticamente tutta la casa era stata costruita intorno a lui, era la prima esperienza da architetto del suo amico Enry.
Era un pianoforte verticale, in frassino, e Duilio lo aveva preso in affitto, un tanto al mese, in attesa di avere disponibilità finanziarie per poterlo riscattare.
Lui e Giulia, sua moglie, avevano traslocato dalla loro prima casa portando il pianoforte nella casa nuova.
Spostandolo si era un po’ scordato, ma Duilio, anche se non suonava proprio tutti i giorni non si era scordato di lui.
Metteva la sordina e provava a suonare canzoni nuove, nuove si fa per dire, sembrava che se un pezzo non avesse almeno vent’anni non riusciva ad attrarre le sue attenzioni.
Fino a che, ormai più che sessantenne, Duilio si rese conto che il suo vecchio piano ormai era decisamente scordato.
Praticamente emetteva a caso delle blu notes, autonomamente, e allora decise di diventare digitale.
Non che non avesse dimestichezza con i computer, un poco se ne intendeva, ma aveva sempre preferito gli strumenti acustici, aveva anche una ibanez, regalo del suo vecchio padre, che strimpellava in compagnia di Enry e di un altro amico, Lino.
Lino si occupava dell’organizzazione delle scalette delle loro esibizioni, sempre pronto con spartiti e leggii pieghevoli che spesso si trasformavano in trappole micidiali per le dita di chi cercava di aprirli.
Era un organizzatore nato, con l’hobby del correttore di bozze, e naturalmente del chitarrista.
Enry aveva molti hobby, quello dello scrittore, del compositore e naturalmente quello del chitarrista.
Giulia lo conosceva in dai tempi delle elementari.
Duilio, proprio in occasione del cambio di pianoforte, si accorse che ormai erano molti anni che suonavano insieme, più di quaranta.
Il nuovo pianoforte digitale niente aveva da invidiare al suo alter-ego acustico, aveva i tasti pesati, cioè se pigiavi leggermente un tasto il suono era leggero, e se lo pigiavi con forza il suono era più forte. Come un vero pianoforte.
In più si poteva anche trasportare, con poca fatica.
Gli venne un’idea, così, di colpo e come nata dal nulla.
Avevano già suonato davanti ad un pubblico di amici di vecchia data, che si divertivano e non facevano molto caso agli errori, agli accordi sbagliati o a qualche seconda voce non proprio azzeccata.
Ma non avevano mai suonato veramente in pubblico.
Duilio si disse: “Ora o mai più”. Gli anni passavano e dovevano provarci prima che il Parkinson agitasse le loro dita.
E poi aveva sempre pensato che la passione per la musica non poteva interrompersi di colpo, con l’età o peggio, ma doveva finire come certe canzoni, piano piano, ad libitum sfumando.
C’era un locale abbastanza vicino a casa sua e Duilio andò una sera a parlare con il proprietario, all’insaputa dei suoi amici.
Era un bar-birreria che faceva anche spettacoli dal vivo, nei fine settimana.
Il giorno meno frequentato era il lunedì, e Duilio si accordò con Ugo, il proprietario, per suonare dopo tre lunedì.
Naturalmente il cachet previsto erano tre birre medie, che lui accettò subito.
Prima di uscire diede un ‘occhiata al palco e si chiese se non era il caso di mettere una rete metallica tra loro suonatori e il pubblico.
Dopo due giorni chiese a Enry e Lino di vedersi per una birra. E in più c’è una novità, che vi dirò quando saremo davanti a quelle birre.
Dopo il primo sorso Duilio tirò fuori il rospo: «Ragazzi, ci hanno scritturato per un serata tra tre settimane».
Quasi il sorso di birra andò di traverso a Enry, che rispose: «Suonare, noi? Non se ne parla neanche, ma sei impazzito?».
Lino sembrava pensarci su, carezzandosi la barbe sale e pepe. Invece quella di Enry era completamente bianca, intendo la barba.
Poi Lino disse: «Ma perché no? Potremmo provare».
Intervenne Duilio: «Iniziamo con ‘Hallelujah’, non è difficile e viene bene con le vostre voci»
Lino si stava concentrando, e sicuramente stava mentalmente sistemando gli spartiti uno sopra l’altro, componendo la scaletta della serata. Poi disse guardando Enry: «Sono tutte cover, naturalmente, ma per ultima direi di fare quella delle donne belle, la tua canzone»,
Enry aveva scritto alcune canzoni, e sarebbe stato bello suonarne qualcuna.
«Allora, siamo d’accordo?»
«Ma certo, ho già in mente il programma» rispose Lino.
Enry era titubante, ma l’euforia di Lino lo spinse ad accettare: «O.K., proviamoci»
«Bene, allora confermo a Ugo» Duilio raccontò una piccola bugia, in realtà aveva già confermato.
«Dobbiamo provare qualche volta» disse Enry con un’aria un po’ preoccupata».
«Va bene, Enry» gli rispose Duilio «ma sono pezzi che suoniamo da molti anni».
Provarono un paio di sere, e tutto sembrava a posto.
Si sa, anche la più lunga attesa finisce e arrivò il fatidico lunedì.
I tre musicisti andarono verso le sette di sera a preparare il palco, portarono il pianoforte digitale e le due chitarre, che per l’occasione erano amplificate. Ugo aveva fornito loro l’impianto voci, compreso di microfoni.
Duilio non aveva detto niente ai suoi due amici, ma aveva pubblicizzato su Facebook la loro esibizione e, mentre stavano mangiando un panino, videro arrivare la gente alla chetichella, qualcuno ordinava un hamburger con birra, qualcuno patatine, insomma il locale si stava riempiendo. Ugo aveva un sorriso da un orecchio all’altro, non si poteva dire lo stesso di Enry e Lino, erano terrorizzati.
Duilio fece l’ultimo sorso della sua birra e diede una pacca sulla spalla ad ognuno dei suoi amici musicisti: «Come disse John Belushi in Animal House: ‘Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare’»
Salirono sul palco le luci in sala calarono un po’.
Era ora di cominciare.
Do maggiore, un Si di passaggio, La minore, Do maggiore, un Si di passaggio, La minore, ancora Do maggiore e Lino e Enry iniziarono a cantare.
L’applauso alla fine del pezzo di Cohen li gasò un po’.
E continuarono.
Ad libitum sfumando.