Beh, non aveva mai pensato che la gente morisse sul serio, aveva sempre creduto che, anche se ben nascosto, ci fosse un grosso segreto.
Tipo una cosa che tutti sapevano tranne te.
Mentre i due soccorritori del 118 lo portavano all’obitorio Duilio si guardava intorno, almeno quel poco che gli permettevano i suoi occhi immobili ma spalancati.
Non sentiva più il battito del suo cuore, per forza, era morto, almeno tecnicamente.
Oltre alla vista gli funzionava anche l’udito, mentre tatto e gusto non erano pervenuti. Ricordava vagamente che ci fosse un quinto senso, ma gli sfuggiva il nome.
E forse ce n’era un sesto, ma non l’avevano tutti, solo pochi eletti, un piccolo gruppo di cui Duilio non faceva parte.
Certo che non si stava male, da morti, non era come dormire e sognare, come molti avevano descritto, ma era piuttosto come riposarsi, tipo seduti in riva a un grande fiume a vedere scorrere l’acqua, lentamente, e nel frattempo non pensare a niente.
Dimenticarsi, anzi non aver mai conosciuto stati d’animo come l’ansia, la fretta, la paura di non essere all’altezza di cosa non si sa, tutte cose che ci rovinano la vita. E sì che lo sappiamo, ce lo dicono da sempre, ma non serve, ci facciamo rovinare la vita ugualmente.
Ma da morti non è così.
Non sapeva se quello fosse il paradiso o l’inferno, sentiva solo una grande pace, e guardava l’acqua del fiume scorrere lentamente.
Non aspettava di vedere passare il cadavere di qualche nemico, guardava l’acqua e basta.
“Se lo sapevo morivo prima” disse tra sé e sé, e si mosse come nel sonno quando ci si gira sulla spalla e si continua dormire con un sorriso.
Ma naturalmente non poteva girarsi, era morto e i morti non si muovono, tranne quando i muscoli si contraggono per via della decomposizione, ma non era certo il caso di Duilio, lui era morto da poco, anche se gli sembrava di esserlo da molto tempo.
Eh sì, il tempo vola quando si è morti.
«Ehi, ma questo pesa» disse il barelliere che stava davanti «E già, è proprio un peso morto» gli rispose l’altro. Era una vecchia battuta che circolava negli ambienti ospedalieri.
Duilio sorrise senza muovere le labbra. Non era facile, qualsiasi sorriso, anche se fugace, muoveva un poco le labbra, ma lui ci riusciva.
La barella saltava lievemente su e giù, cullandolo come si cullavano i neonati.
Ma lui era un neomorto.
Un refolo d’aria gli salì su per la gola: “Mah, dev’essere qualcosa che ha a che fare con il rigor mortis” pensò.
“Ma i morti possono pensare?” fu il pensiero seguente, e poi: “Tutto questo pensare mi ha stancato, ora mi rimetto a guardare il fiume che passa.
Ma una figura entrò nel suo campo visivo, era un volto sorridente. Una bella ragazza mora, anzi bellissima, aveva un naso adunco che la rendeva oltre che bella anche interessante, come si suol dire.
«Ciao Duilio, come va?».
“Ma come vuoi che vada, sono morto!” pensò ancora.
«Sono Iolanda, ti ricordi di me?»
“E come potrei dimenticarti, sei la protagonista del mio nuovo romanzo” e poi ebbe un sussulto “Ehi, ma se sono morto non potrò mai finirlo, quel romanzo”
«Bene, Duilio, vedo che inizi a capire».
Lui udì una voce che diceva: ‘Per me un marocchino, e un latte macchiato per la signora’.
«Vedi» continuò Iolanda «hai un compito da finire, non puoi fuggire via come un monello beccato dopo aver tirato un bussolotto con la cerbottana ed aver preso un gatto facendolo scappare».
Quella cosa del bussolotto che colpiva un gatto lo fece sorridere dentro di sé, lo aveva fatto molte volte, anni fa.
Una lama di luce partì da quel cielo terso con poche nubi a forma di angeli ad ali chiuse.
La luce disturbava la visione del fiume.
«Dai Duilio» ora Iolanda aveva alzato la voce «Non puoi lasciarmi qui, in una specie di limbo, senza terminare quello che hai iniziato»
Il bar riprese forma davanti ai suoi occhi. Il brusio della gente si fece udire alle sue orecchie,
Duilio aprì gli occhi e vide il suo tavolino con la tazzina del suo caffè ancora piena.
Aveva il mento appoggiato al torace.
Lo alzò e mosse un poco la testa prima da un lato e poi dall’altro, come a per ritrovare un po’ di lucidità.
Prese senza fatica la tazzina e bevve il suo caffè, era ancora caldo, e fece effetto subito.
Si risvegliò e cercò con gli occhi la ragazza con il naso adunco.
Se ne era andata, peccato, era proprio la protagonista del suo nuovo libro.
Un sogno, era stato tutto un sogno, la morte e il fiume che scorreva piano.
Ma Iolanda, Lisa e Laura, con Aldo, Andrea e Denis, i personaggi dei suoi romanzi, non erano un sogno, da qualche parte esistevano veramente.
Duilio si alzò e si sgranchì le gambe, prese il blocchetto che portava sempre con sé e si avviò lentamente all’uscita.
“Che sogno strano” pensò “mi sembrava proprio vero, non vedo l’ora di andare a casa e parlarne a Giulia”.
Si avviò lentamente pensando: “Quasi quasi ci faccio un racconto”