Laura Mannone, sovrintendente di polizia, stava guardando, girandogli intorno, il cadavere di una ragazza molto giovane.
Non poteva vederle il viso, era distesa a faccia in giù, quello che si vedeva benissimo era il foro di uscita di una pallottola, al centro della nuca. Uno spettacolo che, nonostante l’abitudine alle morti violente che le dava il suo lavoro di poliziotta, le stava muovendo qualcosa nello stomaco.
«Capo, così giovane…»
Lisa, la sua collega, era prossima alle lacrime.
Vedere una ragazza stesa prona con la faccia nel fango in quella bella mattina di giugno 1978 avrebbe rovinato la giornata a chiunque, anche a chi faceva un lavoro dove si aveva spesso a che fare con la morte.
Un’altra ragazza, Lara Esposito, stava tremando nonostante la temperatura piacevole di quella mattina, la testa appoggiata al petto di un’agente ausiliaria che, come se fosse una chioccia con un pulcino, la circondava con le sue accoglienti braccia, tentando di consolarla.
Aveva trovato lei il cadavere, mentre faceva la sessione di corsa mattutina, erano appena all’interno del Parco urbano del Pineto.
Lara era uscita di buon ora come faceva tutte le mattine, prima di andare al liceo Cannizzaro, dove frequentava il quinto anno.
Le piaceva l’aria fresca del mattino, quel momento unico quando la città non era ancora sveglia e stava stiracchiandosi tra le lenzuola.
Ma aveva trovato una brutta sorpresa sul suo cammino, il corpo di una ragazza più o meno della sua età.
Anche se non si poteva vedere il suo viso era evidente che si trattava di una persona molto giovane.
Jeans e maglietta, quasi una divisa per le studentesse, una borsa a tracolla bianca e un libro di matematica di fianco a lei.
Lara aveva dato subito l’allarme fermando un auto di passaggio, condotta da un anziano professore che, dopo aver visto quel che era successo, raggiunse la prima cabina e avvisò la polizia.
Erano le sette del mattino, Laura e Lisa erano appena arrivate al commissariato Aurelio, neanche il tempo di un caffè e il commissario Lucio Grassi le aveva spedite per un primo sopralluogo.
Erano una coppia affiatata, Laura Mannone e Lisa Fiori, ormai da tre anni lavoravano insieme e si capivano al volo.
Erano entrambe sovrintendenti, un grado un po’ più alto di agente scelto ma, come fosse una legge non scritta, Lisa considerava Laura come il suo ‘capo’, anche se Laura non lo faceva mai pesare.
«Sovrintendenti, hanno trovato un cadavere al Parco del Pineto. Urge andare a controllare».
Si guardarono per un attimo e il capo disse: «Dai, muoviamoci» Lisa le fece un cenno di assenso e dal cassetto della scrivania prese le chiavi della giulietta affidata a loro. Era lei l’autista ufficiale del gruppo.
«Grassi, ci portiamo anche l’agente Bonanni, se non le spiace» la Mannone aveva già preso le redini del comando.
Al commissario non restò che assentire.
Milena Bonanni era un agente ausiliario un po’ più avanti con l’età delle giovani sovrintendenti.
Era sulla cinquantina, un fisico giunonico, di quelle che veniva voglia di abbracciare e lasciarsi cullare come un neonato.
Milena guardò il commissario che le fece un cenno con la testa.
Non era molto felice di quella scampagnata fuori programma, ma si avviò seguendo le due poliziotte.
Lisa era alta e bionda, un fisico mozzafiato che non ostentava mai, e Laura era una bellezza mediterranea, mora e più minuta.
Milena le seguì trascinandosi dietro i suoi chili di troppo e prese posto nel sedile posteriore.
Lisa alla giuda e Laura seduta di fianco.
«Capo, metto la sirena?»
«No, Lisa, ormai l’irreparabile è già successo».
«O.K., niente sirena» rispose la collega con aria triste, amava la velocità, ma senza sirena doveva sottostare al traffico mattutino della Città Eterna, eterno anch’esso.
Si udì distintamente il sospiro di sollievo di Milena provenire dal sedile posteriore. Lei non amava di certo la velocità.
Giunte sul posto si divisero gli incarichi senza bisogno di ordini.
Laura e Lisa a osservare la scena del delitto e Milena ad abbracciare la malcapitata ragazza, riversandole addosso quella voglia di maternità che la vita non le aveva mai soddisfatto.
Lara apprezzò quel gesto empatico e si rannicchiò tra quelle braccia accoglienti.
Le due poliziotte potevano solo osservare la scena e fare delle foto.
Lisa ne scattò molte, più tardi la scientifica avrebbe completato il lavoro.
Dovevano attendere il magistrato di turno e il medico legale per poter spostare il cadavere.
Fino al loro arrivo potevano solo osservare quel raccapricciante foro nella nuca della ragazza, facendosi tante domande.
Non aspettarono per molto il magistrato di turno, che arrivò alle otto esatte, come se dovesse timbrare il cartellino. Era Carlo Carli che, quasi si fossero dati appuntamento giunse assieme al medico legale, il dottor Antonio Lusi.
Carli diede mandato al medico di certificare la morte della ragazza, era evidente ma bisognava seguire in iter burocratico ben preciso.
Il medico, aiutato da un infermiere che lo accompagnava, girò il cadavere mettendo in mostra il giovane viso della vittima.
Sembrava avesse un’espressione serena, mentre di solito chi moriva di morte violenta portava sul viso un ghigno di disperazione.
Invece quella ragazza mostrava quella strana espressione, oltre a un foro perfettamente circolare proprio al centro della fronte.
Mentre Lusi faceva tutti i rilievi per certificare la morte della ragazza Carli prese la borsa cercando qualche documento che la potesse identificare.
Assieme a Laura aprirono la borsa bianca che conteneva una Smemoranda, un’agenda che praticamente tutti gli studenti avevano e un portafoglio coloratissimo stile indiano.
Carli lo aprì e vi trovò la carta d’identità, che fece vedere a Laura.
Si chiamava Irene Storti, nata a Roma il 15 maggio 1961, professione studente, abitante a Roma in via Bergeggi 11.
In pieno quartiere Primavalle.
La borsa della ragazza non conteneva altro. Strano, di solito le borse delle ragazze contenevano una miriade di cose, dai trucchi ai pupazzetti portafortuna.
Nel portafoglio, oltre alla carta d’identità e alla tessera scolastica del liceo Amedeo Avogadro, c’erano solo 3.000 lire.
Nella foto del documento d’identità Irene sorrideva, sicuramente non aveva idea che solo qualche mese dopo aver scattato quella foto si sarebbe ritrovata senza vita con la faccia nel fango.
Laura mostrò il documento a Lisa, che lo prese e guardò la foto per qualche secondo di troppo.
«Accidenti, capo. Solo 17 anni…»
Carli si rivolse alle poliziotte: «Abbiamo constatato la morte della ragazza, ora arriverà la scientifica a fare tutti i rilievi del caso. Poi la salma sarà trasferita all’ospedale Gemelli per l’autopsia che verrà eseguita dal dottor Lusi stesso».
«Va bene, dottor Carli» gli rispose Laura «qualcuno dovrà avvisare la famiglia, e bisognerà interrogare ufficialmente la ragazza che ha trovato il cadavere».
«Io avrei pensato a voi due, credo che Grassi sia d’accordo con me».
Lisa e Laura si guardarono in faccia.
Era un compito pesante, che non voleva fare mai nessuno.
Lisa fece un piccolo cenno d’assenso a Laura. Voleva dire ‘è un lavoro ingrato ma qualcuno dovrà pur farlo’.
«O.K, ci occupiamo noi della cosa, io e la mia collega Fiori» rispose Laura «prima accompagniamo l’agente Bonanni e la teste al commissariato dove Grassi potrà interrogarla».
«Ottimo, sovrintendente, vi affido la borsa della ragazza, il caso è vostro, buon lavoro». E Carli strinse la mano a entrambe.
Mentre un’ambulanza stava arrivando per caricare il cadavere della povera ragazza si avviarono verso la giulietta.
Lara sembrava aver superato la crisi isterica che l’aveva costretta a piangere tremando.
Sembrava più tranquilla, ma non si staccava dall’abbraccio avvolgente di Milena.
Lisa le disse: «Appena arriviamo al commissariato telefonerai ai tuoi genitori, per avvisarli e tranquillizzarli» e le carezzò i capelli.
A 34 anni Lisa si rendeva conto che non le restava molto tempo per soddisfare la sua voglia di maternità. In verità con suo marito Denis ci stava provando da tempo, ma i risultati non arrivavano.
Era l’unico dispiacere della sua vita. Da quando aveva lasciato il suo primo marito che le aveva messo le mani addosso e, dopo un lasso di tempo che aveva ritenuto più che sufficiente, aveva sposato Denis e la sua vita era felice. Un lavoro che amava e pochi ma ottimi amici.
Mancava solo un bebè. Ma ci stava lavorando.
Entrarono al commissariato e Laura aggiornò Grassi su quanto era successo.
Lui ascoltò con attenzione il rapporto della poliziotta e le disse di metterlo per iscritto, prima di sera.
«Poi bisogna avvisare i genitori della vittima, questa è la borsa della ragazza uccisa, il magistrato ce l’ha affidata, e ha detto che il caso è nostro».
«Certo, Mannone, è sotto la nostra giurisdizione, e per quanto riguarda avvisare i genitori della vittima…»
«Commissario, andiamo noi». Grassi quasi tirò un sospiro di sollievo.
«Ma dovreste…»
«Certo, dovremmo mettere la divisa, ora andiamo».
Era sempre meglio andare in veste ufficiale quando si doveva comunicare una cosa così terribile.
Si avviarono allo spogliatoio femminile.
Il commissariato Aurelio non era molto grande, e lo spazio era poco, lo spogliatoio femminile era una stanzetta dove ci si stava in due a malapena. Aveva solo quattro armadietti, giusto il numero delle poliziotte che lavoravano lì.
Mentre entravano in quel buco Laura sentì la solita agitazione crescere dentro di sé.
Certe volte trovava scuse per non entrare con Lisa nello spogliatoio. Lei era bellissima e vederla spogliarsi così vicino le provocava una botta di adrenalina che non sapeva spiegarsi. Eppure la spiegazione era tanto semplice: Lisa le piaceva. Sentiva un’attrazione fisica che tentava con forza di reprimere. A livello conscio rifiutava con tutta sé stessa quell’emozione.
Ma, come si dice, al cuor non si comanda.
Cercò di distogliere lo sguardo dal suo corpo vestito solo dell’intimo ma era più forte di lei, la guardò come se volesse imprimere quell’immagine nella sua mente.
Il senso di colpa verso Aldo, suo marito, la opprimeva.
Fortunatamente si cambiarono in fetta e Lisa in divisa da poliziotta era sempre bellissima, ma meno conturbante.
Non presero le pistole che avevano in dotazione, la loro missione non era pericolosa.
Ma ugualmente difficile.
Prima che uscissero Grassi spiegò loro che con una telefonata all’ufficio anagrafe aveva trovato il nome dei genitori.
«Risulta solo il nome della madre, Lorella Noè, anni 41».
«Grazie, commissario» disse Laura mentre uscivano.
Lisa salì per prima sulla giulietta e consultò la sua mappa mentale delle strade di Roma.
Era una mappa molto dettagliata e individuò subito la via Bergeggi. Era una di quelle persone che avrebbero saputo orientarsi anche in mezzo a un deserto, con nessun punto di riferimento. Una qualità rara.
«Capo, venti minuti e ci siamo».
Ma entrambe non erano molto felici di arrivare così presto.
«Lisa, secondo te chi può aver ucciso una ragazza tanto giovane?»
«Capo, non abbiamo in mano niente, e sarà dura scovare il movente di questo assassinio».
«È vero, per quel poco che abbiamo visto non ci sono tracce di violenza su quel povero corpo».
«Sì Laura, non solo non hanno tentato di violentarla ma le hanno solo sparato in piena fronte».
«E molto probabilmente la hanno fatta inginocchiare prima di spararle»
«Capo, è un’esecuzione in piena regola».
«E lei non ha opposto resistenza, non so, quasi come approvasse di essere uccisa».
«Ma perché una ragazza giovane e carina dovrebbe essere contenta di essere uccisa? Non riesco a capacitarmi». Una lacrima rigò la guancia sinistra di Lisa.
Laura carezzò la nuca della sua collega, tentando di consolarla.
Evitava sempre ogni contatto fisico can lei perché le provocava un sussulto che non comprendeva.
Ma in quel momento era semplicemente empatia verso un altro essere umano.
Lisa rallentò e cercò con lo sguardo il numero 11, erano arrivate in via Bergeggi.
Era un quartiere tranquillo Primavalle, forse un po’ troppo tranquillo, secondo alcuni dei suoi abitanti.
Era ben servito dai mezzi pubblici ed era molto pulito ma, soprattutto per i residenti più giovani, era se non morto agonizzante. Non c’era nessun luogo di aggregazione, niente cinema né teatri.
Qualche associazione stava tentando di cambiare le cose, ma non era un compito facile.
Scesero dalla giulietta e Laura suonò il campanello del numero 11, famiglia Storti.
Venne ad aprire una signora sui 40, in tuta, dava l’impressione di essere impegnata nelle pulizie di casa, i capelli ricci erano arruffati.
«Buongiorno» disse la donna guardano le poliziotte in uniforme «c’è qualche problema?»
Non esiste un modo incruento per comunicare una disgrazia di quel genere, Laura lo sapeva benissimo.
Le fece vedere la carta d’identità della ragazza.
«Lei è Lorella Noè, la madre di Irene?».
La signora guardò il documento come se non lo avesse mai visto e disse: «Ma cos’è successo?»
Le rispose Lisa: «È meglio che ci sediamo, signora».
«Oh, scusate, accomodatevi pure» e spalancò la porta, rivelando un tinello un po’ demodé ma tirato a specchio.
Indicò un tavolo rotondo con un ripiano bianco e quattro gambe inclinate in modo assurdo, un centrino fatto a uncinetto giusto in mezzo.
Si sedettero tutte e tre.
«È successa una disgrazia, signora». Iniziò Laura.
«Oh mio Dio, Irene? Un incidente?»
«Sì, Irene, ma purtroppo è stata uccisa, non si tratta di un incidente ma di un omicidio».
Il viso di Lorella diventò bianco di colpo, le labbra, che normalmente erano di un bel rosso, le sparirono in un attimo.
Laura cercò con lo sguardo la sua collega, per farsi aiutare.
Ma lei era in piedi di fianco alla signora con un bicchiere d’acqua in mano che aveva trovato chissà dove.
«Beva questo, signora».
Lei prese il bicchiere tra le mani tremanti e fece un lungo sorso.
Le sue labbra tornarono a farsi vedere, anche se un po’, per così dire, sbiadite.
Era paralizzata dal dolore, e per un lungo istante nessuno parlò in quel tinello che sapeva di pulito ed emanava come un senso di dignità.
Lisa, che delle due era la più sensibile, si era accorta che in quella casa si faticava ad arrivare alla fine del mese, ma che la signora Lorella lavorava il più possibile per garantire un futuro alla sua bambina, facendo un po’ tutto quel che capitava, ma solo lavori onesti, e sempre dignitosamente.
«Ma non è possibile, Irene è tutto quello che ho, tutto quello che faccio è solo per lei».
«Signora, mi spiace ma devo farle qualche domanda» Laura non faticò a usare un tono gentile, quella donna stava passando un momento terribile.
«Suo marito?»
«Mio marito ci ha lasciato dieci anni fa».
«Una malattia, un incidente?»
«No, una signora bionda e molto bella».
Lo disse senza astio, doveva averlo finito da tempo, ed era subentrata la rassegnazione, e l’impegno di dare a Irene la vita migliore possibile.
“Chissà” pensò Laura “forse si è convinta di avere una parte di colpa”.
Certo lei non era una bella bionda, e il suo viso era segnato dai brutti colpi che la vita le aveva dato.
Ma emanava una forza d’animo straordinaria.
Che in quel momento iniziava a uscire, come se potesse fare qualcosa per la sua ragazza anche se non c’era più.
«È stato un maniaco, la hanno violentata?»
«No signora, è stata come una esecuzione, un colpo solo, non ha sofferto, la morte è arrivata subito» Laura aveva assunto un tono professionale, era un modo per difendersi, per non lasciarsi coinvolgere.
Ma sapeva che non era possibile non lasciarsi coinvolgere almeno un po’.
«Sa che compagnie frequentava Irene?».
In quel momento le due poliziotte videro comparire la Lorella combattiva, rispose senza esitare: «Usciva pochissimo la sera, e sempre con compagne di scuola, tornando prestissimo. Era bravissima negli studi, soprattutto in matematica, e passava molto tempo sui libri, molti pomeriggi tornava a scuola in biblioteca per studiare».
Non aggiunse che forse qualche libro non se lo potevano permettere.
«Aveva un ragazzo?»
«Mah, da un po’ frequentava Flavio, che doveva partecipare con lei alle olimpiadi di matematica, ma quando le domandavo se le piacesse sviava sempre il discorso. Ma si sa, le mamme sono le ultime a sapere queste cose».
Laura continuò: «A che ora è uscita questa mattina?»
«Mi aveva detto che sarebbe uscita presto, doveva preparare un’interrogazione con un’amica, mi sono alzata alle sette ma lei era già uscita».
«Lo faceva spesso?»
«Ultimamente qualche volta, ma da poco».
«Grazie, potremmo ancora aver bisogno di lei» le disse Laura «la salma è al Gemelli, dove faranno l’autopsia».
«Di qualsiasi cosa abbia bisogno non esiti a chiamarci, Lorella» le disse Lisa e gli diede il suo biglietto da visita.
«Grazie» le rispose «ora chiamo mia sorella e andremo a vederla per l’ultima volta».
Si alzarono tutte e tre, e si avviarono alla porta.
Lorella aprì e disse: «Vi chiamerò se mi viene in mente qualcosa di utile».
Appena uscite le poliziotte chiuse e si diresse al telefono.
Salirono sulla giulietta e Lisa disse, prima di mettere in moto: «Capo, ma non potevo fare l’impiegata?»
Laura le sorrise: «Sì, ma non mi avresti conosciuta».