Capitolo 1
«Uffa, mamma, non ne posso più!»
Chiara stava iniziando a sudare, ma Laura non aveva nessuna intenzione di mollare il colpo, era fermamente convinta che il prossimo sabato sarebbe stato il giorno più bello della vita di sua figlia, e non avrebbe lasciato nulla di intentato per trasformarlo in un memorabile ricordo, anche se, per Chiara, non era il primo matrimonio.
Erano entrambe davanti a un grande specchio, in camera da letto nell’appartamento di Piazzale Maciachini. Chiara aveva indossato uno dei vestiti che sua madre le aveva portato da Roma.
Erano entrambe poliziotte, anche se Laura era ormai in pensione, a 84 anni, mentre Chiara era nel pieno della sua carriera, trasferitasi a Milano da Roma l’anno prima.
Aveva conosciuto Andrea Grandi, giornalista free lance, mentre indagava su un caso di omicidi in serie, e avevano incastrato il colpevole insieme, naturalmente lavorando in squadra con la polizia di Milano, commissariato San Sepolcro.
Le persone che vivono esperienze traumatiche insieme sembrano sviluppare in seguito un attaccamento speciale.
Nel loro caso quell’attaccamento si era trasformato in amore e ora, neanche un anno dopo avevano deciso di sposarsi.
L’abito le stava benissimo, bianco con la gonna che si fermava a cinque centimetri da terra, spalle libere e scollatura con bordo a volant.
«Stai benissimo Chiara, dovrai mettere scarpe bianche e naturalmente un girocollo possibilmente d’oro».
«Ma no, non mi ci vedo, sembro una Barbie vestita da sposa!»
«Senti, sei troppo giovane per capirci qualcosa di abiti da sposa, è meglio che ascolti i consigli di chi ne sa più di te».
«Cioè i tuoi consigli?»
«Ecco, brava, forse stai incominciando a ragionare».
«E va beh, se una a 39 anni è ancora troppo giovane per queste cose…»
La discussione andava avanti da circa due ore e, tra le due donne, quella che stava avendo la peggio era la più giovane; Laura la stava prendendo per sfinimento.
Era una splendida giornata di giugno, precisamente il 16 giugno 2026, martedì.
I genitori di Chiara erano arrivati in mattinata con un volo da Roma. Non era stato molto facile convincere Aldo, il padre, novant’anni suonati, a prendere l’aereo, lui voleva a tutti i costi spararsi 600 chilometri sulla loro 500L. Un viaggio pazzesco. Aldo sosteneva che, una volta giunti a Milano, non avrebbero potuto visitarla senza un’auto a disposizione.
Fu Andrea a convincere il futuro suocero, gli mandò tramite WhatsApp la mappa del metrò di Milano.
Aldo Santini e Laura Mannone giravano Roma sempre in macchina, ma lo facevano da una vita, mentre non conoscevano per niente le strade di Milano, una città altrettanto trafficata e popolata da autisti molto nervosi, dal clacson facile.
I due ex poliziotti dimostravano mentalmente molti anni meno della loro età, e non volevano avere limitazioni dovute alla carta d’identità, ma Andrea, con le buone, li convinse a viaggiare in aereo.
Forse la frase chiave fu: ‘Neanche i milanesi hanno il coraggio di girare in macchina la loro città’.
Arrivarono a Malpensa alle dieci, e i due futuri sposi erano al nastro del ritiro bagagli ad aspettarli.
Genitori e figlia non si vedevano da più di sei mesi, e un lungo abbraccio annullò il tempo passato divisi da 600 chilometri.
Laura baciò Andrea su entrambe le guance, salutandolo.
Aldo invece gli strinse la mano dicendo: «Ne sei proprio sicuro? Guarda che questa ragazza è veramente tosta!»
Andrea non sapeva cosa rispondere, ma il sorriso di Aldo era contagioso e si ritrovarono a ridere tutti e quattro.
Li accompagnarono all’albergo che papà Aldo aveva prenotato giorni prima, molto vicino a piazzale Maciachini, due fermate di metrò.
Anziani ma indipendenti, questo era il motto della coppia romana, avevano gentilmente declinato l’invito a sistemarsi nell’appartamento di Chiara, il posto ci sarebbe stato.
Mentre la scelta dell’abito da sposa assorbiva completamente le due donne Andrea e Aldo si diressero al pub irlandese in fondo a viale Jenner, avevano capito che non era il momento di dispensare consigli alla sposa, la scelta migliore era la fuga, era bastato uno sguardo tra i due, e si erano eclissati salutando le due contendenti.
Non avevano ricevuto nessun saluto dalle compagne e avevano raggiunto l’uscita alla chetichella.
Davanti a due Harp ben fredde si trovavano completamente a loro agio. Una lunga sorsata e Aldo chiese: «Bene, quale ristorante ha scelto Chiara per il pranzo di nozze?»
«Veramente lo abbiamo scelto insieme».
«Eh? Allora non hai ancora capito. Credi ancora di avere voce in capitolo su una scelta qualsiasi. Credimi, non è così. Sono sposato da 51 anni, ed ho capito subito che chi comandava era lei. Chi afferma il contrario mente sapendo di mentire».
“Ah, che bella prospettiva” pensò Andrea.
«Senti» continuò Aldo «prova a enumerarmi le volte che hai deciso qualcosa nel vostro rapporto».
«Allora» iniziò il giornalista «quando abbiamo deciso dove andare a vivere insieme…»
«Ha scelto lei, ovviamente» Aldo lo guardava sorridendo.
«Beh, sì, ma per esempio…».
«Eh, sì, qualche volta ti avrà lasciato credere di avere scelto tu, le donne sono abilissime in questo, e poi è figlia di sua madre».
Un’altra lunga sorsata seguita da uno sguardo d’intesa.
«Va beh, diciamo che abbiamo scelto il chiosco da Spartaco, nel parco Sempione, la migliore carbonara del nord Italia».
«Hai visto, non ti ha lasciato scegliere, per esempio, il Re del Risotto, ha scelto un cuoco romano».
Andrea finì la sua pinta cercando di mandare giù la notizia che aveva appena ricevuto. Alzò il bicchiere guardando il barista per ordinarne un’altra, poi guardò Aldo: «Bis anche per lei?»
«No, ragazzo, ho più del doppio della tua età, una pinta basta e avanza».
L’ex poliziotto era molto in forma per gli anni che aveva, lucidissimo e scattante, il dimagrimento senile gli aveva fatto perdere quella pancetta che piaceva tanto a sua moglie, e si poteva tranquillamente dargli quindici – vent’anni di meno, come a Laura, la sua signora.
Dicono che il mestiere del tutore dell’ordine sia stressante, che la continua tensione nervosa alla lunga dia forti scossoni alla salute, e forse è vero; ma nel caso dei genitori di Chiara sembrava invece che questa ansia protratta nel tempo abbia contribuito a mantenerli giovani.
Mentre i due maschi si trovavano di fronte a un boccale di birra fredda (quella di Andrea più fredda di quella di Aldo) a discutere sulla caducità della vita, la parte femminile della nuova famiglia che si stava formando litigava senza esclusione di colpi davanti a uno specchio.
«Senti, ragazzina, ascolta la voce dell’esperienza, questo è l’abito più adatto alla cerimonia che ti aspetta, e poi, è un regalo di mamma e papà».
«Grazie, troverò un’occasione per metterlo, magari a un ballo, ammesso che vada mai a un ballo».
Se fosse stato presente Andrea le avrebbe detto che quando si arrabbiava era anche più carina del solito, e onestamente non si poteva dargli torto, il leggero arrossamento in viso faceva risaltare meglio l’azzurro dei suoi occhi.
Guardò sua madre con quegli occhi di ghiaccio ed esclamò: «Aspettami un attimo, torno subito!»
E uscì a passo svelto dalla stanza, ignorando le proteste di Laura.
Rientrò poco dopo a lunghi passi con una grossa scatola bianca rettangolare, con una scritta: POLIZIA DI STATO.
Posò sul letto la scatola e l’aprì, era l’alta uniforme della polizia. Blu, con tutte le mostrine al loro posto, con cappello d’ordinanza, e la fascia azzurra che si indossava solo in determinate occasioni.
Laura restò senza parole, e non capitava spesso. E senza una parola Chiara si spogliò del bel vestito che le avevano portato da Roma.
Rimase solo con l’intimo, e la mamma, sempre senza fiatare, le tese i calzoni della divisa, guardandola e pensando: “Beh, ho fatto un buon lavoro, ha quasi quarant’anni ed è bellissima”.
La giovane poliziotta si vestì velocemente, sistemò anche la fascia azzurra e mise il cappello d’ordinanza sopra i biondi capelli sciolti sulle spalle.
Naturalmente stava benissimo.
Laura pensò che se avesse dovuto catturare dei malviventi vestita così non avrebbe dovuto colpo ferire, le sarebbero svenuti davanti.
«Allora, che te ne pare, sempre tu abbia ritrovato il dono della parola?»
Certo, anche all’anziana poliziotta la divisa faceva sempre un certo effetto, si schiarì un po’ la voce e rispose: «In effetti non c’è male, ma dimmi, questa divisa non arriva dalla polizia».
«Va beh, mamma, ti confido un piccolo segreto, questa divisa arriva sì dalla polizia, ma l’ho presa una taglia in più e l’ho fatta sistemare da una sartoria».
E si vedeva, era fatta su misura, si adattava perfettamente alla forma del corpo di Chiara, ne seguiva le curve, e l’effetto era favoloso. Laura quasi lanciò un fischio d’ammirazione alla figlia.
«Ma dimmi, cara, dove l’hai fatta sistemare».
«Mamma, è stato un delitto premeditato, l’ultima volta che sono venuta a Roma l’ho comprata senza dirti nulla, alla sede centrale della polizia Italiana, e l’ho portata alla sartoria in via Di Domizia Lucilla, sono molto brave».
«Ah, proprio in quella sartoria lì…».
«Perché, cosa c’è che non va?» le chiese Chiara pensando che sua madre avrebbe trovato comunque qualcosa che non andava.
«No, niente cara, sono molto brave». Era la sartoria dove lavoravano, molti anni prima, due ragazze coinvolte in un caso che Laura e Lisa, la sua collega di una vita, avevano risolto.
«Allora hai fatto tutto di nascosto, vero? È un classico, conoscendoti».
«Insomma, ti piace o no?» Chiara cominciava a spazientirsi.
«Ma certo, cara, stai benissimo, ma promettimi che terrai anche il mio vestito, e qualche volta lo indosserai.».
«Ma certo, mamma». Si abbassò un poco e le schioccò un bacio sulla guancia che suggellò la tregua tra le due, tregua destinata a durare poco, più tardi avrebbero dovuto occuparsi delle bomboniere e degli invitati, con distribuzione dei posti.
Chiara stava pensando come fare a far digerire a sua madre la location che aveva scelto. Si preparò a una battaglia molto dura.
«Dai, sbrigati, cambiati, tra poco arriveranno gli uomini, e porta sfiga far vedere l’abito da sposa al futuro marito!».
Tutto rientrava nella normalità, Laura Mannone aveva ripreso il comando delle operazioni.
Chiara tolse velocemente la divisa e mentre la madre la piegava risistemandola nella scatola bianca si cambiò. Mise un paio di calzoncini di jeans e una camicia bianca annodata sotto al seno, lasciando l’ombelico bene in vista.
Laura si girò e la vide, rimanendone abbagliata.
«Che c’è, mamma, è la moda, e poi oggi fa veramente caldo».
Mentre Chiara si allacciava le scarpe da tennis bianche una lacrima scese su volto di Laura.
Prima la sartoria scelta da sua figlia, ora quegli short di jeans sfrangiati e si ritrovò a pensare alla sua collega poliziotta Lisa, a come sarebbe stata bene lei, se quarant’anni fa fosse stato di moda vestirsi così, lasciando poco all’immaginazione.
Lisa, la sua collega storica, era venuta a mancare due anni prima, una leucemia fulminante l’aveva portata via in una settimana, lasciando un grosso buco nel suo cuore, che Laura pensava non si potesse mai chiudere.
Come non si era chiuso quello di suo marito Denis, che morì per un infarto due mesi dopo.
Lisa era una ragazza bellissima, e poi una donna bellissima, e poi una anziana bellissima. Anche se Laura non era mai riuscita a confessarlo neanche a se stessa, per lei provava qualcosa di diverso dalla semplice amicizia.
«Mamma, cosa c’è? Ti sei ammutolita di colpo».
«Scusa cara, ho avuto un ricordo non proprio allegro».
Suonò il campanello del piano e Chiara andò ad aprire. Erano Andrea e Aldo, di ritorno a casa.
Chiara baciò il futuro marito e abbracciò il padre, che la squadrò e disse: «Ma scusa, hai intenzione di uscire a cena vestita così?»
«Dai papà, non rompere»
Aldo la guardò sorridendo: «Per fortuna hai due poliziotti esperti che ti faranno da scorta».
Risero tutti e quattro e si sedettero nel salone.