Leggi le prime pagine

 L’ ASSASSINO DI BAMBINI

Si chiamava Laura, Laura Mannone.

Era la più giovane detective della polizia di Roma, arrivata da poco, due mesi, al commissariato Aurelio, non aveva ancora avuto un caso importante, solo scaramucce tra vicini, piccoli furti e schiamazzi vari.

Non che non succedesse nulla di importante nella zona del commissariato Aurelio, ma i casi più impegnativi erano tutti per detective maschi.

Come in tutti gli impieghi la donna veniva considerata meno importante del vero maschio alfa, dotato di più intelligenza, più forza fisica, più metodo, più di tutto rispetto alle colleghe donne.

Ma, pensava Laura, non dello stesso intuito.

Come un cliché collaudato le differenze delle abilità tra i sessi stabilivano a chi dovessero essere affidati i casi più scottanti, più visibili da parte dei media, insomma più complicati, ai detective maschi.

Non riusciva proprio ad abituarsi a questa idea, Laura, e cercava di combattere con tutte le forze quest’andazzo.

Il motivo era che, oltre a considerare questo stato di cose un’ingiustizia, Laura credeva che fosse un inutile dispendio di forze, bastava un minimo di programmazione degli incarichi, senza fare distinzioni di genere, per produrre un’efficienza superiore nell’ organizzazione del lavoro nei commissariati di polizia.

Belle parole, pensava Laura, ma parole e niente di più.

Fin da piccola era abituata ad agire, all’asilo era considerata una “dura” da parte dei piccoli maschi, avevano tentato di bullizzarla ma avevano subito capito che Laura era fatta di una pasta molto diversa dalla loro, una pasta molto solida e difficile da scalfire.

Lo sanno tutti che i bambini tra loro sono tra le creature più perfide del mondo, ma i maschietti pensarono bene di starle alla larga.

Aveva 32 anni, Laura e quella bambina che era all’asilo si era, se possibile indurita ancora di più.

Nella sua vita c’era poco posto per i sentimenti, prima lo studio in accademia di polizia, gli esami passati con il massimo dei voti, anche con la lode, e finalmente un lavoro da poliziotta, come aveva sperato fin dalla giovinezza.

Ma ora, da due mesi al commissariato Aurelio stava, tanto per dirlo con una parola che stava diventando obsoleta, facendo flanella.

Come quando, tanti anni fa, si recava a quelle feste tra studenti, rigorosamente in penombra, la domenica pomeriggio e passava ore seduta su una sedia appoggiata alla parete aspettando che qualche ragazzo la invitasse a ballare un lento.

Lunghe attese che non portavano a nulla, mentre le sue amiche durante la settimana, prima alle medie poi al liceo, facevano sfoggio delle loro conquiste domenicali, che duravano qualche giorno e non di più.

Ora stava succedendo la stessa cosa, con le dovute proporzioni, sul lavoro che aveva sognato e che aveva da poco ottenuto.

La mancanza di sentimenti nella sua vita era affiancata dalla mancanza di motivazioni lavorative.

Laura sentiva che le mancava qualcosa, qualcosa di importante, sentimentalmente ed anche professionalmente.

Era il 5 agosto 1974 e, in un caldo soffocante, Laura pensava a quanto era difficile arrivare a sera, senza che succedesse niente, in quel pomeriggio afoso e, dopo aver appallottolato qualche foglio di carta cercava invano di fare canestro nel cestino.

Improvvisamente si spalancò la porta del suo ufficio da detective scelto.

Era il capo, Magni, Alberto Magni, va beh, non propriamente il capo, era la quarta carica all’interno del commissariato, ma che ora aveva il comando, visto che i primi tre erano in ferie.

“Laura!” urlò, e lei tolse i piedi dalla scrivania e si sedette compostamente. “Laura, un omicidio, è accaduto un omicidio, proprio oggi, in pieno agosto”.

Laura balzò in piedi e iniziò a sparare domande a raffica, tanto velocemente da risultare incomprensibili a Magni, che non era proprio dotato di un tipo di intelligenza veloce, che cerebralmente era un po’ lento, insomma un bradipo.

“Calma Mannone, ora le spiegherò tutto”

Laura si calmò immediatamente, e entrò in modalità apprendimento, pronta a recepire i chiarimenti del “capo”.

“Questa mattina, alle ore 5,30 veniva ritrovato da un addetto alla raccolta rifiuti, un cadavere di una bambina, era in un cassonetto, ma l’addetto ne scorse il piedino che sporgeva dal suddetto cassonetto”

Il funzionario non riusciva a parlare senza sembrare una parodia dei comunicati ufficiali della polizia, la cosa divertiva enormemente Laura, che a fatica represse un risolino.

“Le ricerche da noi effettuate hanno verificato l’identità della piccola, si tratta di Lidia Carpi, anni 7, frequentante la seconda elementare alla scuola Vittorio Alfieri qui a Roma.

I genitori sostengono di non essersi accorti di nulla, di avere notato l’assenza della figlia solo quando i nostri agenti hanno bussato alla porta della villetta di famiglia, in via Lanfranco, 58

alle ore 7.00 sempre qui a Roma, eccole una foto della vittima”.

Laura prese la fototessera, che mostrava una bella bambina bionda, che sorrideva al fotografo, ignara di quello che le sarebbe successo.

“Un maniaco” disse Laura “un pedofilo, la peggior specie di criminale”

“Mannone, prima di trarre conclusioni affrettate le consiglio di considerare tutte le possibilità”

“D’accordo, Magni, ma perché mi racconta tutte queste cose?”

“Vede Mannone, nella stazione di polizia in questo momento lei è l’unico detective disponibile, gli altri sono tutti in ferie”.

Ah – pensò Laura – ecco perché mi è venuto a cercare, non c’erano maschi disponibili ed ha dovuto ripiegare su di me, e non fa niente per nasconderlo.