Prologo
Sapeva che sarebbe arrivato quel momento, ma non si può dire che fosse pronta.
Non è possibile essere pronti ad una prova del genere.
Fece come fanno tutti, quando arriva un momento topico della propria vita.
Si attaccò alle cose semplici.
Era un modo per non pensare.
Chiuse la porta del frigorifero e aprì la lattina di tè al limone senza zucchero.
Aveva appena iniziato il compito che la aspettava, un sorso di tè e cercò il coraggio di andare avanti.
E lo trovò, ripensando a come tutto era iniziato.
Capitolo 1
«Ma porc…, non è possibile!».
Iolanda era in piedi, alle sette del mattino, sopra la sua pesapersone, in camera da letto, indossava solo mutandine e reggiseno.
«Sono aumentata di 300 grammi!».
Enrico, seduto sul letto con le gambe stese, appoggiato al cuscino che aveva messo contro la spalliera stava armeggiando con lo smartphone.
«Eh sì, sei proprio obesa…».
Lei tentò di prendere tra pollice e indice un rotolino di grasso sul suo fianco destro, senza riuscirci.
«Guarda qui» e gli indicò la zona arrossata dove si era fatta il pizzicotto.
I suoi addominali erano ben delineati, senza un filo di grasso e tutto il suo corpo era sodo, ben proporzionato.
E terribilmente sexy.
«Secondo me sono il reggiseno e le mutandine che pesano, perché non li togli e poi vieni qui, vicino a me? È pur sempre attività fisica…».
Iolanda sembrò soppesare la proposta per qualche secondo ma poi disse: «Ma piantala, pelandrone! Alzati e vestiti, che si va a correre!».
Enrico (Neo per gli amici, vista la sua abilità con il computer) non era certo il prototipo dell’atleta. Senza essere grasso e flaccido non aveva certo il fisico del bodybuilder. E, prima di conoscere Iolanda, non l’aveva mai sfiorato l’idea di uscire a correre.
Ma ora qualche volta gli toccava. Lei sempre davanti e lui dietro ad arrancare. Sosteneva di aver avuto anche visioni mistiche durante le corse che lei lo costringeva a fare. Ma ora ne sentiva i giovamenti, anche se non lo confessava neanche a sé stesso. Un miglioramento generale.
Iolanda si vestì in un attimo, calzoni da jogging attillati e canottiera. Spettacolare.
Si girò verso lo specchio a controllare il suo naso adunco. Era sempre lì, lo considerava un tratto distintivo del suo essere, volitivo come il suo carattere. Due profondi occhi neri e una bocca carnosa completavano il suo bel viso.
Dopo un periodo, diciamo così, burrascoso della sua vita aveva deciso di cambiare, per amore di Neo. Trascorse un po’ di tempo in carcere per pagare il suo debito con la società e ricominciò una nuova vita con lui.
Così, come segno di discontinuità, aveva deciso di tagliare i suoi lunghi capelli. Ora portava un caschetto nero corvino che metteva ancor più in risalto il suo corpo perfetto.
Enrico si alzò lentamente dal letto e guardò la sua ragazza con aria implorante.
«Neo, non fare così. Dai, andiamo».
Di malavoglia lui iniziò a vestirsi, lentamente.
«Ma lo sai che l’attività fisica aerobica, se effettuata regolarmente, migliora anche la qualità della vita sessuale?».
Lui accelerò un poco i movimenti: «Ma se non posso mai applicarmi in quell’attività…».
Lei si avvicinò e gli stampò un bacio sulla bocca: «Ne riparliamo stasera. Sei in pole position. Ora andiamo».
E uscì dalla stanza.
Beh, se non era motivazione quella…
La seguì di buon passo, cercando di non farsi distrarre dalle sue forme sotto la tuta attillata.
* * *
Dal numero 15 di piazza Wagner, alla stessa ora di quella splendida mattina della primavera milanese, stava uscendo una coppia in tenuta ginnica.
Lui, altissimo e con le spalle larghe indossava una tuta blu e scarpe chiare. Sotto la giacca della tuta si nascondeva una tartaruga ben definita. Con una mano si appoggiava allo stipite della porta di entrata e faceva oscillare avanti e indietro la gamba destra. Era un esercizio di attivazione muscolare che gli aveva consigliato il suo personal trainer.
Lei indossava una tuta nera, che metteva in risalto la sua lunga chioma bionda e che avrebbe dovuto smagrire un po’ la sua figura diciamo così, rotondetta.
Non era veramente sovrappeso, era borderline, come l’aveva definita la sua nutrizionista all’ultima visita. Un piede di qua e uno di là, senza mai decidersi da che parte stare, se nella zona normopeso o in quella, per la verità molto più comoda, dell’obesità. Certo la tartaruga dei suoi addominali era in letargo da tempo.
Sandra, questo il suo nome, quando, appena sveglia, si guardava nello specchio a figura intera che aveva in camera da letto si immalinconiva un po’. Poi pensava a quella canzone che diceva che le magre sono tristi e invece lei aveva sempre voglia di cantare. Un sorriso e via a far colazione con croissant ripieni di crema, di nascosto da Gianni, suo marito, che si alzava subito dopo di lei.
Una lotta continua, contro croissant e bignè, ma che lei prendeva con molta ironia.
Stava armeggiando con le chiavi per chiudere la porta d’entrata mentre Gianni cambiava posizione, girandosi di 180 gradi e facendo oscillare l’altra gamba: «Oggi alzaia naviglio pavese, colazione da Giorgio» disse sorridendo alla moglie.
«Ma saranno dieci chilometri!» rispose lei impallidendo.
«Sono tre chilometri scarsi» rispose Gianni guardando il navigatore del suo smartphone. Il locale di Giorgio, che Gianni conosceva fin dalle elementari, era uno dei primi che si incontravano costeggiando il naviglio pavese in direzione del centro.
Sandra tentò ancora di protestare: «Ma poi bisogna tornare…».
«Certo» rispose lui «così fanno sei chilometri scarsi. Vuoi correre meno di sei chilometri? Che, sei prossima alla pensione?».
Lei non trovò una risposta abbastanza pungente da dare al marito e stette in silenzio. Non capitava spesso.
«E poi, Sandra, sai che Giorgio fa quei bomboloni alla crema…».
«Quelli con scorza d’arancia e vanillina!» lei riprese colore «In questo caso partiamo, svelto!»
Iniziarono a correre, abbastanza lentamente per la verità, uno di fianco all’altra.
Due quarantenni, precisamente 39 lei e 41 lui, che tentavano di mantenersi in buona forma in una città caotica come Milano.
* * *
Chi non aveva nessuno bisogno, né fisico né nevrotico di stare in forma erano Chiara e Andrea.
La poliziotta e il giornalista, che si erano conosciuti sei anni prima in occasione di un difficile caso di cronaca nera e che si erano sposati nel 2026, in verità con una cerimonia piuttosto movimentata.
Chiara si era messa in uniforme e stava spazzolando i suoi lunghi capelli biondi davanti allo specchio sopra il mobiletto del loro piccolo atrio mentre Andrea riordinava la cucina mettendo le tazze in lavastoviglie. Era in procinto di uscire per raggiungere il suo posto di lavoro, il commissariato San Sepolcro, in pieno centro.
Andrea doveva invece terminare di scrivere un’inchiesta che stava portando avanti da tempo e sarebbe rimasto a casa.
Lei, come ogni mattina, adempì al suo piccolo rito quotidiano, tolse il primo foglietto da un calendario a blocco appeso al muro.
C’era scritto 9 maggio 2028, la cifra del giorno in rosso e il resto in nero.
Mise il quadrato di carta in un cassetto del mobiletto, non li gettava via. Le sembrava di eliminare un giorno della sua vita, preferiva metterli da parte.
Le sembrava che quel rito le facesse avere la percezione del tempo che correva in avanti.
A volte a rotta di collo.
«Sei pronta, cara?» Andrea si avvicinò a sua moglie e le stampò un bacio sulla guancia.
«Certo caro, sto per uscire» e lo baciò lievemente sulle labbra.
Poi si allontanò, dirigendosi verso l’uscita: «Ti lascio qui a fare qualcosa di molto divertente» disse aprendo la porta «ci vediamo stasera, buon lavoro».
“Sì, proprio divertente…” pensò Andrea accendendo il suo pc.
L’affermazione che fece Chiara uscendo era ironica, l’inchiesta che stava terminando era tutt’altro che divertente. Trattava un argomento abbastanza macabro.
Il suicidio.
Andrea stava raccogliendo materiale da settimane sull’argomento, statistiche e testimonianze di amici e parenti.
Aveva scoperto che i suicidi erano un numero molto più alto di quanto credesse.
Ogni anno, in Italia, si suicidano circa 4.000 persone. Tutti gli anni.
Ogni dieci anni sparisce una città di 40.000 abitanti. Una Bassano del Grappa o una Voghera di meno.
Era una cifra da capogiro.
Andrea, oltre a scrivere quell’inchiesta, voleva arrivare a capire le ragioni che spingono un individuo a togliersi il bene più prezioso che possiede: la vita.
Ma quanto si doveva essere disperati?
Problemi di cuore, finanziari, gravi disgrazie. E anche un male sottile, che ti logora giorno dopo giorno. I motivi erano molteplici.
Lui cercava di mantenere un atteggiamento distaccato, ma tutte le ricerche, tutte le interviste che aveva fatto cominciavano a intristirlo, a scavargli nell’anima.
Per fortuna aveva Chiara, che sapeva come tirarlo su.
Un sorriso, una battuta scherzosa, una carezza, e la tristezza spariva.
Aprì la cartella dell’inchiesta che aveva chiamato ‘last beach’ e si mise a lavorare.
* * *
Tempo dopo, ripensando a quella mattina, Iolanda si rese conto che qualcosa di invisibile, una specie di ingranaggio celeste, regolava le nostre esistenze.
Chiamalo karma, volere divino o chiamalo caso, l’ingranaggio si muove di una tacca e succede qualcosa che al momento non ha nessuna importanza, ma che poi cambierà la nostra vita.
Per sempre.
* * *
Iolanda, per niente provata dalla corsa che durava da più di mezz’ora, stava affrontando la scalinata in salita del ponte ‘Fatty Furba’, che attraversava il naviglio, non lontano dalla loro destinazione, un locale molto carino dove avrebbero fatto colazione.
Alzaia Naviglio Pavese 26, da Giorgio.
Giunta alla fine della salita iniziò la parte in piano del piccolo ponte che attraversò a lunghi passi pensando che chi aveva ideato il nome di quel ponte era perlomeno strano.
Stava terminando la discesa, era circa a metà scalinata discendente quando si rese conto che era da un po’ che non sentiva l’ansimare di Neo dietro di lei.
Allora si girò a cercarlo con lo sguardo.
Nessuno in vista.
“Uff… la solita mezza sega” pensò, facendo gli ultimi scalini alla cieca.
Sandra e Gianni stavano arrivando alla loro meta, a velocità moderata, anzi più che moderata.
Sandra davanti e suo marito dietro.
Gianni la seguiva da vicino osservando le rotondità della moglie che si agitavano sotto la tuta.
“Ebbene sì” pensò “quel pizzico di grasso in più non mi dispiace affatto” e sorrise.
Pensava che non era male avere qualcosa di morbido da abbracciare, e non solo durante l’amore.
Sicuramente meglio di quelle modelle che ci propinano a ogni ora, tv e Internet. Secche e spigolose. Ti sembrava di abbracciare uno spaventapasseri. Spigoloso e incazzato, perché, si sa, le magre sono tristi.
Ma Sandra era una persona (a quasi quarant’anni non sei più una ragazza) solare. Sempre allegra e piena di voglia di vivere. Proprio per quello si era innamorato di lei, e alla fine l’aveva sposata. Ed era un marito felice.
Lei, come se sentisse lo sguardo di Gianni si girò e fece qualche passo correndo all’indietro.
Lui rimase quasi ipnotizzato dal saltellare del suo seno (una quarta abbondante) su e giù seguendo il ritmo della sua corsa.
Le guardò la fronte sudata, il viso un po’ arrossato e le sorrise, pensando che in quel momento era la donna più bella del mondo.
Poi Sandra sparì.
Una ragazza mora con una tuta scura le stava sopra.
Era Iolanda che, voltata per cercare Neo, non l’aveva vista e le era rovinata addosso.
Un atterraggio sul morbido.
Sandra stava pensando a una scossa di terremoto quando vide, sopra di lei, un caschetto di capelli nerissimi e due occhi neri sopra un naso adunco che la fissavano.
La bocca carnosa appena sotto quel naso stava iniziando a formulare la parola ‘scusa’.
I due uomini che le accompagnavano erano come pietrificati, immobili a fissare la scena. Neo a metà scalinata e Gianni qualche passo distante.
Dopo quell’istante presero a muoversi tutti, come se un invisibile regista avesse urlato la parola ‘azione!’
Iolanda balzò in piedi e tese la mano alla donna stesa a terra.
Gianni e Neo si avvicinarono di corsa al punto dello scontro.
Nessuna delle due donne aveva picchiato la testa, fortunatamente, e le conseguenze di quell’incidente si limitarono a qualche dolore alle ossa e niente più.
Sandra prese la mano che quella ragazza mora le tendeva e si rialzò abbastanza agilmente, era un po’ sovrappeso ma non aveva perso mobilità.
Notò immediatamente che la proprietaria di quella mano non era grassottella come lei: aveva un corpo perfetto.
«Scusa, non ti ho proprio visto» terminò la frase Iolanda.
«Scusami, stavo guardando all’indietro e non ti ho vista» rispose Sandra.
E poi scoppiarono a ridere entrambe.
«Ti sei fatta male?» chiese Iolanda.
«Niente di grave, e tu?».
«Tutto bene. Però abbiamo fatto un bello spettacolino, no?».
Sandra ricominciò a ridere.
«Vedo che non hai perso l’allegria» disse Iolanda tra le risate.
I volti dei due maschi che nel frattempo erano arrivati vicino alle due donne si distesero nel sentire quelle risate. Non era successo niente di irreparabile.
Dopo aver tentato di ripulirsi dalla polvere della strada Sandra tese la mano a Iolanda. «Comunque io sono Sandra, Sandra Ferrando».
«Sono Iolanda, Iolanda Danieli» rispose lei stringendo la mano che Sandra le stava tendendo «piacere di aver fatto la tua burrascosa conoscenza!».