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Era la decima coppia, quella sera.

La decima coppia che accompagnava a un posto libero nel buio del cinema.

I soliti ritardatari, gente che cenava prima del film e non riusciva ad arrivare per l’inizio, alle 20.30.

Era una specie di lavoro, pagato poco, che Marzia Gullini, anni 21, praticava tutte le sere al cinema Andromeda, in via Battistini, a Roma. La stessa via dove abitava con la famiglia, al numero 68. Faceva la ‘maschera’.

Aveva una piccola torcia in mano, sempre rivolta verso il basso per non disturbare gli spettatori, che puntava, solo per pochi istanti, verso il sedile o la coppia di sedili vuoti.

Di solito non era un lavoro molto impegnativo, tranne alle prime.

All’uscita di un nuovo film la gente si accalcava al botteghino, ed era difficile tenere a mente, nel buio rotto solo da scene più luminose delle altre, i posti non occupati.

Quella sera davano ‘La grande guerra’ un film di Monicelli, con Alberto Sordi e Vittorio Gassman.

Come al solito lo vide a spizzichi e bocconi, sempre interrotta da nuovi clienti in cerca di posti.

Ma era la quinta sera di programmazione e la sala era semivuota.

Poté così apprezzare l’antimilitarismo del regista e l’interpretazione magistrale dei due protagonisti.

Si godette la scena finale, quando in un sussulto di dignità prima Oreste Jacovacci (Alberto Sordi) e poi Giovanni Busacca (Vittorio Gassman) si fecero fucilare dal nemico per non dargli informazioni segrete.

Ecco, i finali dei film riusciva a vederli come si deve, nell’ultima mezz’ora non arrivava mai nessuno.

Il suo lavoro finiva una mezz’ora dopo l’inizio del secondo spettacolo, verso le ventitré. Non aveva un orario preciso, dipendeva dalla lunghezza dei film.

E il film di Monicelli durava due ore e un quarto. La teneva impegnata per un’ora e mezza in più dei soliti film da novanta minuti.

Ma non le dispiaceva, quel lavoro che aveva trovato per pagarsi gli studi l’aveva pian piano avvicinata all’arte del cinema.

Frequentava il secondo anno di Psicologia, con ottimi risultati. E riusciva a non pesare molto sui suoi. Certo, da sola non ce l’avrebbe mai fatta, ma Manlio e Rosetta, i suoi genitori, apprezzavano lo sforzo.

Era gente tutta d’un pezzo, ricchi solo della loro dignità. E adoravano la figlia, naturalmente senza dirglielo.

Ma mostrandolo coi fatti.

Vittorio Gassman stava guardando dal buco della serratura Silvana Mangano in sottoveste che si lavava i capelli quando la vide.

Aveva appena accompagnato un signore un po’ malinconico al posto e stava pensando a come le persone sole al cinema erano sempre molto tristi.

Nel cono di luce della sua piccola torcia apparve una catenina d’oro. Rifletteva la luce ed era molto visibile, ma solo a lei.

La raccolse e, istintivamente, la mise nella tasca della camicia, proprio sul suo piccolo seno.

* * *

Laura stava per andare a letto, nella sua cameretta da diciottenne. Foto d’ordinanza alle pareti, tra cui spiccava quella dei ‘Platters’ che con ‘Smoke gets in your eyes’ erano da settimane nella ‘hit parade’ del 1959.  E una miriade di pupazzetti di ogni forma e colore.

I miei amici, diceva lei.

I genitori erano persone molto devote.

Carlo Mannone, il padre e Teresa Fiandri, la madre, le avevano insegnato la religiosità, che tanto praticavano, fino a rasentare il bigottismo.

Una degli insegnamenti era la preghiera della sera.

Doveva inginocchiarsi a terra di fianco al letto prima di dormire e, dopo aver chiesto perdono per i peccati commessi nella giornata, recitare almeno cinque ‘Ave Maria’. Se voleva poteva richiedere qualcosa alla Beata Vergine.

Non avevano smesso da molto di controllare che eseguisse il rito serale, solo da qualche mese.

Per un po’ aveva proseguito, le abitudini sono dure a morire, ma poi aveva eliminato quelle preghiere.

Aveva provato a chiedere a Maria di intercedere per lei presso Attilio Mancini, un ragazzo dai capelli nero corvino che era il più bello del liceo e per il quale aveva preso una cotta spaziale.

Ma il tempo passava e lui non le rivolgeva mai la parola.

Allora smise di pregare, pensando che quello che voleva lo doveva guadagnare da sola. Non c’erano dei che ti aiutavano.

Il suo carattere si stava formando, e quello era solo l’inizio.

Era una ragazza molto decisa, e vedeva il suo traguardo ormai non molto lontano: una laurea in lettere e poi l’insegnamento.

Si rendeva conto che questo desiderio poteva esserle stato inculcato dalla sua educazione diciamo così, un po’ patriarcale.

L’insegnamento era un lavoro che una donna poteva svolgere, adatto a chi aveva uno scopo definito nella vita: procreare e accudire ai figli. E insegnare le avrebbe lasciato più tempo libero.

Nella sua testa un po’ turbolenta di adolescente quella certezza si stava un po’ incrinando.

“Vabbè” pensava “ho ancora due anni abbondanti per decidere che strada prendere”.

Diamo tempo al tempo.

* * *

Otto. Da otto giorni era rinchiusa in quella stanza, che aveva bisogno di una ramazzata, come minimo.

Qualche topo le faceva compagnia e, dopo tutto quel tempo passato insieme, cominciava a chiamarli per nome. E pensare che prima ne aveva ribrezzo, le faceva schifo anche solo vederlo, un topo. Anche di quelli piccolissimi, che ‘avevano loro più paura di te che tu di loro’ come diceva il suo vecchio padre.

Ah, la saggezza popolare!

Adesso le sarebbe piaciuto un sacco averlo vicino, quell’uomo burbero che l’aveva cresciuta praticamente da solo, dopo che sua madre era volata in cielo quando lei aveva sei anni.

Mai una concessione ai sentimenti, mai una carezza, ma sempre una vicinanza silente, e sempre pronto a qualsiasi cosa per la sua bambina.

Ci aveva messo tanto a capirlo, era riuscita a comprendere, in parte, il carattere di suo padre solo verso i trent’anni.

D’altra parte la personalità di ognuno di noi possiede mille sfaccettature, se parliamo di persone vere, e non degli zombie vaganti che compongono una buona percentuale dell’umanità.

Certo Gaspare, suo padre, non era un uomo inerte, che si lasciava trasportare dagli eventi, ma un tipo deciso e determinato a prendere quello che desiderava.

Ma senza mai cedere al sentimento, viveva in una sorta di corazza che teneva lontano ogni affetto.

Lei ci aveva messo tanto ma alla fine aveva capito che si trattava di una persona buona, onesta, il cui unico difetto era quello di non sapere esternare quello che sentiva dentro.

Lo dimostrava con il suo comportamento sempre integerrimo.

Spesso si era chiesta come sarebbe stata la vita di Gaspare con sua madre, che lei praticamente non aveva mai conosciuto. Aveva solo vaghi ricordi: una mano che la carezzava tutte le sere prima del bacio della buonanotte.

Se anche con lei non si sbottonava mai. Se anche sua moglie rientrasse nel deserto emotivo che era la sua esistenza.

O forse il suo rifiuto dei sentimenti era dovuto alla terribile esperienza di perdere una moglie nel fiore degli anni.

Agitò una mano davanti agli occhi come a scacciare una mosca. Invece voleva scacciare quei pensieri.

Lì da sola aveva a disposizione moltissimo tempo per l’introspezione, e non sempre questo è un bene.

Si rischia di scoprire lati oscuri di sé, che non si conoscevano prima.

Un paio di baffetti grigi spuntarono da un buco nel muro. Subito seguiti dal proprietario, un topo dal pelo chiaro, una bella tonalità di beige.

«Ehi, ciao Filippo!» la sua voce quasi la spaventò, era rimasta in silenzio per ore ed ore.

Aveva battezzato i suoi compagni di cella con nomi inventati da lei, e quello con il pelo più chiaro era inequivocabilmente Filippo.

Che, da vero maleducato, non rispose.

«Ho detto ciao, musone!» e gli sorrise.

«Sono Sara, Sara senz’acca, non mi riconosci?»

Ancora silenzio.

A volte aveva dei dubbi sul proprio stato mentale.

* * *

Marzia aveva finito, per quella sera, erano le ventitré e trenta quando uscì dal cinema Andromeda e, come solito, stava incamminandosi verso casa.

Non c’era in giro molta gente a quell’ora, erano lontani dal centro città, e la via Battistini non era molto frequentata.

Aveva sempre un filo di paura, una ragazza giovane in giro da sola, e faceva tutte le sere lo stesso tragitto, un eventuale malintenzionato avrebbe avuto vita facile.

Temeva sempre di vedere spuntare un tipo con un impermeabile bianco che spalancava mostrando le proprie virtù.

Ma anche quella sera arrivò a casa incolume.

Più volte suo padre si era offerto di andarla a prendere all’uscita dal cinema, ma lei aveva sempre rifiutato, in nome di un’incontenibile voglia di emancipazione.

Indipendenza, e non solo economica, dalla sua famiglia e, sotto sotto, dagli uomini in genere.

Qualcosa che inseguiva da quando aveva l’età di capire.

Comunque Manlio, nonostante al mattino dovesse alzarsi prestissimo, aspettava sua figlia sveglio.

Qualche famiglia molto benestante aveva un nuovo apparecchio in casa, il televisore, quasi sempre a quel tempo chiamato ‘la televisione’. Passavano le serate così, guardando spettacoli in quel rettangolo luminoso.

Ma a casa Gullini non c’era, un televisore era fuori della loro portata.

Al quotidiano invece non si rinunciava.

Manlio acquistava tutti i giorni il ‘Corriere d’Informazione’, l’edizione del pomeriggio del Corriere della Sera.

Secondo lui 30 lire investite bene, delle 47.000 che prendeva ogni mese di stipendio.

‘Marzia, è importante tenersi informati’ diceva sempre, e sicuramente aveva ragione.

Comunque un pensierino sul televisore, che ogni tanto andava a vedere in un bar vicino, lo aveva fatto.

Chissà, per le olimpiadi di Roma del 1960…

Nel frattempo si addormentava sul tavolo sopra il giornale aperto.

Marzia lo svegliava dolcemente: «Papà, è ora di dormire».

Lui le sorrideva e si avviava alla camera da letto dandole la buonanotte. Solo una sera lei aveva osato dirgli che non era il caso visto che per lui la sveglia suonava alle 4.30.

Lo sguardo gelido che le lanciò bastò a non farglielo più ripetere.

Era anche quella una dimostrazione di amore filiale.

Quando Manlio si ritirò raggiungendo Rosetta, sua moglie che già dormiva, Marzia fissò la pagina aperta sulla cronaca locale: ANCORA NESSUNA NOTIZIA DI SARA NOTARI, LA PROFESSORESSA SCOMPARSA.

Sotto nell’articolo di Mario Missiroli si approfondiva la notizia, poco, per la verità.

Si sapeva solo che era sparita. Così, senza preavviso.

Gaspare Notari, il padre, aveva denunciato subito la sua scomparsa e da allora erano passati otto giorni.

L’articolo parlava solo di fatti, nessuna illazione, solo fatti.

La professoressa avrebbe dovuto rientrare a casa nel pomeriggio del 14 aprile, dopo le lezioni. Il padre, non trovandola al ritorno dal lavoro, ne aveva denunciato la scomparsa alla sera.

Il giornalista, dimostrando una buona conoscenza dell’aritmetica, scriveva che al 22 aprile, data odierna, era scomparsa da otto giorni.

Marzia, che aveva una fantasia molto sviluppata, pensò subito a soluzioni diverse.

Perché una giovane professoressa di latino poteva sparire così?

Magari un grande amore contrastato dalle famiglie che aveva costretto i due innamorati a sparire così, senza preavviso.

O forse la tratta delle bianche. Quella povera ragazza ora si trovava in un harem nel lontano oriente, a soddisfare le voglie di un ricco emiro.

O forse si era stufata di tutto ed era partita per chissà dove.

Era ora di andare a dormire anche per lei. Non si alzava così presto come suo padre, ma la sveglia suonava anche per lei.

Andò in camera sua, tolse di tasca la catenina che aveva trovato tra i sedili del cinema quella sera e la mise in uno scomparto della sua petineuse, un mobile con specchio e mille cassettini ereditato dalla bisnonna.

Si spazzolò per venti volte i lunghi capelli castani –insegnamento della nonna – guardò nello specchio i suoi occhi verdi e li trovò bellissimi come al solito.

Avrebbero dovuto fare stragi tra gli universitari quegli occhi, ma non succedeva.

“Vabbè, verranno tempi migliori” pensò mentre si stendeva sul suo letto.

Non si addormentò subito.

Dietro i suoi bellissimi occhi verdi si agitavano varie possibilità che spiegavano la scomparsa della professoressa.

Era in un circo nel nord Europa che faceva la trapezista.

Aveva aperto un bar su una spiaggia alle Maldive.

Si era sposata segretamente con un ricco latifondista in Missouri.

Si addormentò e sognò Sara che teneva una lezione sulle declinazioni latine in un igloo in Groenlandia.

* * *

Anche Laura era rimasta molto colpita della sparizione della giovane professoressa di Latino.

Era una delle sue insegnanti al liceo Goffredo Mameli, e per tutti gli studenti era quasi un’amica.

Soprattutto per le studentesse. Era molto giovane e le ragazze si trovavano bene con lei.

Riusciva a far diventare interessante una materia un po’ ostica, il latino.

Tra gli studenti, da decenni, serpeggiava una sentita domanda: ‘Ma a cosa serve imparare il latino, una lingua morta? ’

Gli insegnanti avevano smesso da tempo di fornire la risposta classica: ‘siete giovani, capirete fra un po’.

Che era la risposta giusta, ma seminava ribellione tra gli adolescenti. Tipo quando ti dicevano: ‘abbiamo sempre fatto così…’ una delle frasi più pericolose della storia.

Ma Laura aveva capito che quella lingua difficile e non usata da tempo poneva le basi su cui lavorare per usare al meglio la lingua italiana e, cosa più difficile da capire, insegnava un metodo di studio.

Al suo posto avevano inviato un supplente, ma era completamente al di fuori dal contesto, i rapporti con gli studenti non si creano in pochi giorni.

Laura aveva una curiosità innata, fin da piccola voleva sapere tutto di tutti e crescendo la cosa era, se possibile, peggiorata.

Si faceva una scheda mentale per tutte le persone che conosceva.

Un modulo che conteneva svariate informazioni, dall’età agli indirizzi, dalle conoscenze alle condizioni familiari ed economiche.

Era una specie di metodo, che forse era dovuto allo studio del latino.

Ma che poco aveva a che fare con la strada che voleva seguire, quella dell’insegnamento.

Sembrava più adatto a un aspirante investigatrice.

Sara Notari per lei rappresentava il prototipo del bravo insegnante, la conoscenza della materia mista a una empatia verso gli studenti che superava i doveri di un insegnante.

Per lei era una maestra di vita.

Anche per questo motivo la sua sparizione l’aveva colpita.

La sua curiosità l’aveva portata a chiedere a destra e a manca notizie sull’ultimo giorno in cui la Notari fu vista a scuola.

Ma, non conoscendo le sue abitudini, scoprì ben poco.

Quella mattina del 23 aprile 1959 era fuori dal liceo aspettando compagne di classe per scambiare qualche parola prima dell’inizio delle lezioni.

Si sentì toccare a una spalla e si girò di colpo: era Fiorella Strada, una delle compagne di classe a cui era più legata.

«Ciao Laura, come mai hai lo sguardo fisso nel vuoto?»

Fiorella era una ragazza solare, sempre allegra, una chioma di biondi capelli ricci sopra a due occhi azzurri come il cielo.

«Stai forse pensando a un ragazzo moro?»

«Ma piantala, stavo pensando ad altro.»

«50 lire per saperlo!»

«Pensavo a Sara, la professoressa.»

«Ah, brutta storia quella.»

«Sai, mi piacerebbe ricostruire la sua ultima giornata qui, prima di sparire.»

«Cos’è? Vuoi giocare a fare Sherlock Holmes? Per queste cose c’è la polizia.»

«Certo, ma sai che sono curiosa.»

Si avvicinò a lunghi passi una ragazza mora.

«Ehi, ragazze, come va?»

Era Lucia, un’altra grande amica di Laura. Con i suoi capelli a caschetto sprizzava energia da tutti i pori. Loro tre erano molto legate, una di quelle amicizie adolescenziali che poi sarebbe durata per tutta la vita.

Di quelle che, dopo anni che non ti frequenti per motivi di famiglia o di lavoro, quando ti incontri sembra che non sia passato neanche un giorno dall’ultima volta.

Ma questo non potevano saperlo.

«Ciao Lucia» rispose Fiorella «la qui presente Mannone Laura vuole giocare a fare il detective».

«Ah, Laura» disse Lucia guardandola negli occhi «posso darti degli indizi per scoprire la mia serata di ieri?»

Subito la conversazione prese una direzione diversa: era bella la festa? Hai conosciuto qualche ragazzo? E via dicendo.

Comparve Attilio, testa impomatata di brillantina com’era di moda. Capello lungo con ciuffo tenuto rigido da una generosa dose di quel composto un po’ schifoso al tatto. Sembravano tutti dei piccoli Elvis Presley. Lui aggiungeva anche i jeans, il chiodo e un foulard bianco.

Il massimo della tamarraggine, ma alle ragazzine piaceva.

Come sempre quando lo vedeva Laura sentiva un forte calore, le si azzerava la saliva e assumeva un’aria da bambolina idiota.

Insomma, una cotta in piena regola.

Attilio esordì con un: «Ciao ragazze!» rivolto a tutte e tre.

Sia Lucia che Fiorella lo salutarono appena, volgendo lo sguardo da un’altra parte.

Laura, invece, gli rispose con il miglior sorriso che riuscì a imbastire farfugliando un timido saluto: «Ciao Attilio…» voleva aggiungere qualcosa di brillante per fare colpo su di lui, ma le uscì solo un: «Come va?»

Si pentì subito di quella frase di circostanza, arrossendo vistosamente.

Ma Attilio ignorò le altre due ragazze, le si avvicinò e le diede un buffetto su una guancia dicendo: «Cosa fai stamattina durante l’intervallo?»

Al loro liceo dopo la seconda ora c’era una pausa di un quarto d’ora prima di riprendere i lavori in aula.

Una usanza che avevano anche nelle scuole elementari e medie, si chiamava ricreazione. Ma i liceali erano più maturi e il provveditorato aveva cambiato il nome, usando un termine più consono alla loro età.

Ma sostanzialmente era cambiato solo il nome, gli studenti facevano sempre la stessa cosa, cioè un casino pazzesco.

«Ma non so, Attilio» rispose Laura guardano verso il basso.

«Che ne dici se prendiamo qualcosa assieme?»

Lei alzò lo sguardo puntandolo dritto negli occhi di Attilio e, senza mai abbassarli, rispose: «Ma certo, mi piacerebbe» rivelando una fermezza che sorprese un po’ anche lei.

«Allora a dopo, cara» le disse sorridendo e se ne andò, senza degnare di uno sguardo le altre due ragazze.

Quando si fu allontanato Fiorella, guardandola intensamente disse: «Ma sei sicura?»

«Sicura di cosa, Fiorella?»

«Dai che hai capito…»

«Ma non c’è niente di male, è solo un mezzo appuntamento.»

Intervenne Lucia, guardandola in tralice con i suoi stupendi occhi azzurri: «Guarda che le ferite d’amore fanno più male delle coltellate».

«Si è passato un bel po’ di ragazze nella scuola…» insistette Fiorella.

«Ma non è mica il demonio, dai, e poi so badare a me stessa…»

Ma si sbagliava, come fanno molti adolescenti. Era accecata dall’amore. Se ne sarebbe resa conto molto presto.