prime pagine Caino

Capitolo 1

“Chissà perché, quando si va al cimitero, il tempo è sempre lo stesso: cielo coperto, un po’ di freddo che tenta di entrarti nelle ossa” stava pensando Iolanda mentre, con uno straccetto, puliva le foto sulla lapide.

Erano stati due suoi amici scomparsi l’anno prima, in circostanze, diciamo così, insolite.

Sandra Ferrando e Gianni Corti.

La loro era stata un’amicizia breve ma intensa, purtroppo interrotta da due fatti tragici: Gianni investito da un pirata della strada, e Sandra suicidatasi poco dopo.

Soprattutto con Sandra Iolanda si era subito trovata bene, era diventata la sorella che non aveva mai avuto.

Una persona solare. Sempre col sorriso sulle labbra.

Risultava difficile pensare che si fosse suicidata, ma quel gesto aveva un secondo fine, incastrare l’assassino di suo marito.

Una storia malinconica, che aveva colpito Iolanda come un diretto alla mandibola, lasciandola un po’ più sola e triste.

E sì che la sua vita non era stata tranquilla, anzi.

Si chiamava Iolanda Danieli, ventisette anni. Un fisico da urlo, un caschetto di capelli neri e due occhi profondi, anch’essi neri.

E un naso importante, adunco, messo al centro del suo bel viso.

Se lo avesse fatto operare avrebbe potuto diventare una modella, ma per lei era il suo segno distintivo, un modo per distinguersi.

La sua giovinezza era stata, per così dire, burrascosa.

Quando uccise, a 17 anni, un prete che l’aveva violentata diventò una donna dura, e si ritrovò coinvolta con la malavita.

Poi conobbe Enrico, detto Neo, che la cambiò e decise di pagare il suo debito con la società.

Viveva con lui ormai da cinque anni. Stavano sempre insieme anche perché avevano un ufficio dove si occupavano di informatica, protezione sistemi aziendali e altre complicatezze.

Che lei non conosceva. Si occupava della gestione e della contabilità, il genio dei computer era Enrico Rei, venticinque anni, che chiamavano Neo, come il protagonista di Matrix.

Pulì per bene quei due visi amici e rivolse loro una preghiera. Una preghiera laica. Un augurio che potessero essere felici ovunque si trovassero ora.

Un colpo di vento le suggerì di alzare il bavero del giubbotto nero che indossava. Faceva un po’ troppo freddo. Di solito Milano, nel mese di ottobre, era ancora tiepida, ma lì, al cimitero Maggiore, la temperatura era più bassa, come in tutti i cimiteri.

Fece un timido saluto ai suoi due amici e si avviò per il vialetto di ghiaia bianca verso l’uscita.

Passò di fianco all’ala nuova, dove c’erano le tombe di gente morta da poco.

Era quasi giunta all’uscita quando, su una lapide provvisoria, di quelle messe in attesa della definitiva, vide una faccia conosciuta.

Si avvicinò a quella foto di un volto su un fondo sfumato e vide anche la scritta:

Enzo Sforza

02.01.1970 – 02.10.2030

Era morto solo due giorni prima e Iolanda, vedendo il suo nome, lo riconobbe: era un loro cliente, una persona gentile, un sessantenne che sembrava uscito da un libro di Dickens, un vero gentleman.

Iolanda chiuse il giubbotto, un soffio gelido l’aveva colpita, come a sottolineare la tristezza che l’aveva presa nel vedere quel viso nella foto.

Un gentleman che ormai era diventato rigido e freddo.

Accelerò il passo verso l’uscita, sperando che fuori di lì il clima fosse un po’ più tiepido.

* * *

Andrea, davanti allo schermo del suo pc, stava leggendo le ultime notizie.

Chiara stava indossando la giacca della sua divisa da agente scelto prima di andare al lavoro.

La poliziotta e il giornalista. Una coppia affiatata, ormai erano sposati da quattro anni e, usando una frase trita e ritrita ma vera, si amavano come il primo giorno.

Erano andati a vivere, dopo il matrimonio, nell’appartamento di lei, in Piazzale Maciachini 48.

Lei si avvicinò da dietro e Andrea sentì i suoi capelli biondi sfiorargli la nuca prima di sentire il bacio che gli stava dando per salutarlo.

«Ma chi è quello?» disse Chiara prima di baciarlo.

«È Enzo Sforza, morto l’altro ieri, un incidente, poveretto.»

«Dev’essere il caso che sta seguendo Luca, mi informo, se vuoi.»

«Ah, il tuo collega che sembra l’incredibile Hulk, Luca Santoro. Ma sì, vorrei fare un articolo su quell’uomo sfortunato.»

«Va bene, caro, ti saprò dire stasera. Ma che tipo di incidente ha avuto?»

«Pensa che sfiga, è caduta una fioriera dal settimo piano e l’ha colpito in pieno, in corso Buenos Aires.»

Chiara gli fece un sorriso dei suoi prima di uscire, uno di quelli che ti facevano sembrare bello un lunedì mattina nell’autunno milanese.

Lui ricambiò il sorriso e riprese a pensare a quel sessantenne sfortunato.

Ma nella sua morte la fortuna non c’entrava affatto.

* * *

Enrico stava pigiando su tasti del suo pc come se volesse trapassarlo da parte a parte.

Stava cercando di risolvere un problema causato da qualche hacker da chissà quale parte del mondo.

Iolanda entrò portandosi dietro una ventata gelida.

«Ehi, stai cercando di spaccare quella tastiera?» gli disse.

«Uffa, ma non hanno nient’altro da fare quei pazzi che combinano questi casini?»

Iolanda non ne capiva niente di hacker e cose del genere, ma gli sorrise e disse: «Mah, hanno strani passatempi…»

Con un’ultima botta sul tasto ‘invio’ concluse quel compito.

Lei gli si avvicinò e gli stampò un bacio sulle labbra.

«Sai cosa ho visto?» gli chiese, mentre il suo solito sorriso si spegneva.

«Dove, al cimitero? Forse qualche fantasma?»

«No, purtroppo. Ti ricordi il signor Sforza? Quell’uomo un po’ demodé, che aveva una piccola azienda, produceva calze, appena fuori Milano?»

«Ah sì, un nostro cliente, siamo riusciti a estirpargli un virus dai computer che rischiava di azzerargli tutto, certo. Stava visitando qualche parente?»

Si fermò un attimo e poi disse: «Ma perché ne parli al passato?»

«Perché non era lì in visita, era per così dire parte integrante dell’ambiente. Insomma, è morto.»

Enrico pigiò velocemente un po’ di tasti e sul suo computer apparvero le nuove notizie.

«Oh Madonna, è successo l’altro ieri, è stato colpito da una fioriera caduta dal settimo piano in corso Buenos Aires, è morto sul colpo.»

«Eh, che sfiga. Era giunto il suo momento,» Iolanda aveva gli occhi lucidi.

Ma il “suo momento” non era giunto per via del destino, del karma o come dir si voglia.

Qualcuno lo aveva aiutato, il karma, gettando quella fioriera dal terrazzo, con un’ottima mira e scelta di tempo.

Ma nessuno poteva saperlo. Parlavano tutti di “sfiga”.