Era lì da alcuni anni, tanti.
Veniva regolarmente spostato dal suo piedistallo, un paio di volte alla settimana, per togliere la polvere.
Ogni tanto Duilio, ormai quasi settantenne, lo prendeva sotto braccio, come faceva tanti anni fa, e lo portava dal benzinaio per gonfiarlo.
Era un pallone ovale, con le firme di ragazzi che avevano giocato nella sua squadra.
Un regalo, che lui aveva gradito moltissimo, ad un suo compleanno. Addirittura uno dei suoi giocatori lo aveva trattenuto fuori dallo spogliatoio per permettere ai ritardatari di firmarlo usando una strana scusa, che al momento non aveva capito bene.
Forse era una gara a chi pisciava più lontano, ma Duilio era ai tempi (altri tempi) intorno ai quaranta, ed era già fuori età per quel genere di sfide.
Ma tant’è.
Duilio lo prese dalle mani del capitano della squadra e lo portò a casa, mettendolo su una mensola in bella vista.
Anche se era avanti con l’età non gli piaceva ricordare i bei tempi andati, gli sembrava di ammettere di essere troppo vecchio per poter vivere qualcosa di nuovo, crogiolandosi nei ricordi. Allora col tempo lo guardava sempre meno, quel pallone, cercava di evitare il magnetismo che emanava.
Ma nei tanti racconti epici che contraddistinguono il Rugby e tra le tante frasi dedicate a questo sport ce n’era una che gli piaceva molto, che non era ammantata da un alone di misticità e di facile retorica: ‘se diventi un rugbista poi lo rimani per sempre’.
Sì, c’è anche chi dice che, per esempio, un fumatore rimane fumatore per tutta la vita anche se smette.
Ma lui aveva sfesso di fumare a cinquant’anni e poi non si era mai più sentito fumatore.
A quarant’anni invece aveva smesso di giocare ma il rugby non lo aveva abbandonato.
E poi la frase parlava di rugbisti, non di giocatori di rugby, la differenza c’è, e non è neanche tanto sottile.
Chi non la distingue non è sicuramente un rugbista.
Era moscio, quel pallone, bello sgonfio.
A Duilio vennero in mente dei paragoni con alcune sua capacità fisiche, ma non li ascoltò.
Prese il suo pallone sottobraccio, tenendolo nel braccio opposto alla porta d’uscita, per poterla aprire (tieni la palla lontano dall’avversario) e uscì per andare alla ricerca di un compressore.
Cambiò braccio quando un ragazzino in bicicletta lo sfiorò (metti il tuo corpo tra la palla e l’avversario) ed arrivò da Mario, il benzinaio.
Quando lo vide con il pallone in mano Mario non resistette: «Ehi, Duilio, dove devi giocare, al Twickenham?».
«Si, come no, per ora mi basta gonfiarlo».
«Accomodati, la strada la sai». E Duilio si incamminò verso il compressore, poi prese la pistola dell’aria compressa, la premette sulla valvola e magicamente il pallone iniziò a gonfiarsi.
Da molto tempo non serviva la siringa d’ottone per gonfiare i palloni, ormai erano tutti fatti con materiali plastici, non più come ai vecchi tempi fatti di cuoio che se prendevano un po’ d’acqua diventavano pesantissimi, non favorendo di certo i passaggi tra i giocatori. Ma lui teneva una vecchia siringa nel taschino del portafoglio deputato alla moneta da molti anni.
Mentre gonfiava il suo pallone rifletteva su come i campi da rugby venivano costruiti in luoghi soggetti ad alluvioni, infatti pioveva sempre e con movimenti tettonici evidenti, che spaccavano le tubature del gas in modo che i giocatori trovassero sempre fredda l’acqua delle docce.
Solo in tarda età capì che i movimenti tettonici erano dovuti al fatto che i campi erano sempre costruiti su punti nevralgici della deriva dei continenti, visto che con il passare del tempo si allungavano ed allargavano.
Mentre si concentrava su questi profondi pensieri udì uno strano rumore molto vicino a lui.
Si voltò e vide il ragazzino che poco prima quasi lo investiva sulla sua bicicletta, il rumore che aveva sentito era quello di una brusca frenata.
«Ehi, ciao» gli disse «Mi chiamo Renzo».
«Piacere Renzo, io sono Duilio». Il ragazzino avrà avuto nove-dieci anni, non di più.
«Sai, mio papà dice che è da maleducati non presentarsi, allora io mi presento sempre».
«Ottimo, è una bella cosa, Renzo».
«Che strano pallone hai in mano, a cosa serve?»
«Ma è un pallone da rugby, non ne hai mai visti?»
«Beh, sì, qualche volta, che ne dici di fare due tiri?»
Vicino al benzinaio c’era un rettangolo d’erba, non più di dieci metri per dieci, uno dei pochi rimasti dopo la cementificazione selvaggia della sua città.
Duilio guardò prima il pallone, poi il ragazzino, poi ancora il pallone e disse: «Perché no? Fa un po’ caldo ma non fa niente».
Renzo adagiò a terra la sua bicicletta e corse verso il campetto.
«Dai, tira!» urlò aspettando in piedi con le gambe ben larghe. Duilio gli passò la palla con un spin pass, facendolo girare sul suo asse maggiore.
Il ragazzino lo prese e tentò subito di calciarlo.
Duilio lo fermò con la voce e gli urlò di passarlo con le mani, come si faceva su un campo da rugby.
«E si passa sempre indietro, è obbligatorio, così si avanza insieme vero la meta avversaria».
Duilio si fermò per quasi un’ora, in quel piccolo rettangolo verde, tra corse, passaggi e placcaggi.
Un vecchio giocatore inglese disse che avrebbe voluto che l’ultima cosa che avesse fatto nella vita fosse una discesa su un campo da rugby, Duilio invece si fermò prima.
«Senti, Renzo, per oggi basta, non ce la faccio più, non sono più allenato».
«O.K. Duilio, ti vedo un po’ provato». Il ragazzino era quasi distrutto dalle corse che aveva fatto, ma aveva un sorriso contagioso. Poi continuò: «Se hai voglia io domani sarò qui, verso le quattro, e porterei qualche amico».
Duilio guardò il suo pallone come se potesse suggerirgli una risposta, ma la risposta arrivò da sé: «O.K., ragazzino, ci vediamo domani».
Renzo gli si avvicinò e alzò il braccio destro con il palmo aperto. Duilio non sapeva bene cosa fare e tese anche lui il braccio, mano aperta e gomito piegato.
Renzo gli diede come uno schiaffo su quella mano, e fece anche un bel rumore. Gli aveva dato un ‘cinque’. E anche abbastanza forte.
Si guardò la mano arrossata e sorrise.
Duilio ritornò l’indomani con un altro pallone, non voleva che le firme scomparissero.
C’erano cinque bambini, e lui si divertì con loro giocando per un’ora buona.
Le presenze aumentavano ogni giorno, fino a riempire di voci festanti quel piccolo rettangolo verde.
Sembra che ad una certa età il tempo inizi a scorrere più velocemente e Duilio si ritrovò, in un attimo, ormai quasi novantenne un pomeriggio di ottobre, con un sole che intiepidiva piacevolmente l’aria sugli spalti di Twickenham, quello vero, per un Inghilterra – Italia del mondiale di rugby.
Cercava Renzo, ormai un uomo fatto, con lo sguardo e pensava che forse i nuovi occhiali non erano così buoni come li aveva dipinti il suo ottico.
Finalmente lo vide, alto e con i capelli ricci, chissà che strage di cuori aveva fatto nel loro piccolo paese.
Portava con orgoglio la maglia dell’Italia, di un bell’azzurro.
No, non era sul campo, era anche lui sugli spalti, con due birre che portava con consumata abilità, una per lui e una per Duilio.
Non era diventato un giocatore professionista, si occupava di fisica quantistica in una grande azienda, ed aveva sempre giocato a rugby nella squadra della loro città.
Per lui Duilio era diventato come uno zio, un uomo che gli aveva insegnato tanto del rugby e della vita, e così, come per sdebitarsi in parte, lo aveva voluto portare a vedere qualche partita del mondiale.
Duilio prese la sua birra mentre il ragazzo si sedeva accanto a lui dicendo: «C’era una bella fila».
«Vorrà dire che berremo soltanto questa, ragazzo».
«Rimandiamo le ostilità a questa sera, dopo la partita, d’altronde me lo hai insegnato tu che si beve nel terzo tempo».
«Ah, è la prima cosa che hai imparato!».
Risero tutt’e due e fecero il primo sorso mentre le squadre entravano in campo.
Duilio urlò come gli altri e vide una goccia cadere nella sua birra.
Ma non stava piovendo.